PRECARIATO PER IL CAMICE BIANCO

Negli anni ’50 e ’60 il precariato era normale, negli ospedali. In ogni reparto c’era solo una figura medica stabile: il Primario. L’Aiuto e gli Assistenti erano invece provvisori ed instabili per definizione. La Riforma Mariotti (1969) cambiò questo assetto, con la stabilizzazione degli Assistenti e la creazione di un assetto gerarchico stabile, secondo lo schema: 1 Primario, 2 Aiuti e 4 Assistenti, per un Reparto di medie dimensioni e per le piccole strutture specialistiche. All’interno dell’équipe medica ai livelli gerarchici corrispondevano differenze economiche ben precise. La coesistenza di  tempo pieno  e di  tempo definito  consentiva però agli assistenti di integrare (e bene) il loro stipendio ospedaliero  con un’attività medica molteplice:  medici della mutua, “iniettori all’INAM”, controllori INAM. Per non parlare delle ricche sostituzioni estive. Anche allora quei medici erano largamente precari. Perché? Perché i concorsi erano molto rarefatti e venivano svolti con estrema lentezza dai pochi amministrativi presenti. Ma questo precariato non generava ansie. Perché? Perché gli organici erano certi e  l’Assistente incaricato  sapeva che, dopo qualche anno, avrebbe avuto il concorso locale per il passaggio in ruolo. Il meccanismo era sicuro. All’assistente incaricato, dopo anni, sarebbe spettata la posizione di ruolo. Ansia che invece tutt’oggi persiste e crea disagio. Anni di studio e sacrifici per un camice bianco, ma solo uno su tre lavorerà stabilmente prima di avere bianchi anche i capelli. Questo è il destino della professione di medico, stando a un’indagine dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi. Ma il dato più clamoroso è un altro: solo il 35% dei medici under 45 ha un’occupazione stabile, i restanti due terzi navigano nelle cattive acque dei contratti atipici. È un percorso ad ostacoli quello dei giovani medici. Meno garantiti rispetto ai loro coetanei, dopo un lungo periodo di formazione che dura mediamente dieci anni, si trovano davanti anni di precariato e di bassa retribuzione. Con lavori frammentati e di breve durata caratterizzati da contratti a progetto o di collaborazione coordinata e continuativa, con caratteristiche che ricalcano quelle del lavoro subordinato. E così quasi la metà dei medici in età giovanile ha un rapporto di lavoro parasubordinato e lavora per due e più strutture. Dall’indagine, realizzata mediante un sistema di rilevazione online, emerge comunque che la professione medica è ancora un investimento efficiente in termini economici e di stabilità lavorativa. Senza dimenticare poi la fondamentale funzione sociale che rappresenta. È però un investimento faticoso e dai risultati incerti. Con una precarietà che perdura fino ad un’età in cui dovrebbe essere già stata superata. Uno scenario non esaltante confermato da una rilevazione a livello nazionale condotta dal Segretariato giovani medici (Sigm) e presentata congiuntamente all’indagine dell’Omceo della Capitale. “L’incidenza di forme di lavoro precario, se non di vera e propria precarizzazione – ha detto Mario Falconi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma – è aumentata negli ultimi anni per tutti i comparti lavorativi e appare elevata anche per i medici, che sino a non molti anni addietro sembravano maggiormente immuni da forme di lavoro flessibile. Un quadro sul quale l’Ordine invita a riflettere – ha aggiunto –, non soltanto nell’interesse della categoria ma anche nell’interesse e nel diritto dei cittadini a un sistema sanitario efficiente”. Una situazione che è probabilmente nella media italiana  che racconta come anche questa professione debba fare i conti con le problematiche più generali del lavoro per le nuove generazioni. Comprese certe assurdità: più di un terzo (35,7%) dei giovani medici sta ancora seguendo un corso di formazione post-laurea(il 22,5% una specializzazione, il 9,8% un master o un dottorato), mentre soltanto l’1,9% fruisce di una borsa di studio o di un assegno di ricerca. Quindi, formazione continua, portata all’eccesso, ma ingresso nel lavoro sempre più ritardato. Precarizzazione medica è sinonimo di dequalificazione professionale e di rischio sanitario per i pazienti, con o senza linee guida…. Il Governo di turno dovrebbe fare una seria riflessione sul precariato medico, sulle necessità specialistiche, sui raccordi tra territorio ed ospedale.

http://www.infap.org/comunicazione.asp?id=122

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Categorie: Giovani Medici, Salute e Benessere, Sanita' | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “PRECARIATO PER IL CAMICE BIANCO

  1. Martino, sai come la penso: l’unico modo per saltar fuori da questa situazione paradossale sarebbe sputare in faccia a chi questi contratti li propone. Purtroppo, visto che siamo italiani e non tedeschi, per uno che ha un rigurgito d’orgoglio, ne trovi dieci pronti a benedire la merda che gli viene proposta. Forse, un’altra soluzione sarebbe quella più drastica: ABOLIRE LE SCUOLE DI SPECIALIZZAZIONE e quella buffonata dei dottorati di ricerca all’italiana (nella maggior parte dei casi, una scusa per tenere il neo specialista al guinzaglio con la vaga promessa di un remoto accesso ad un posto di prestigio) ed introdurre un sistema di formazione continuativa in stile anglosassone, aumentando la mobilità orizzontale fra le varie branche professionali mediche e, al tempo stesso, riservando il titolo di specialista solo a chi porta a termine un percorso pluriennale, rendendolo nuovamente ambito e di conseguenza remunerato.

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