Perché il sud non cresce (e l’articolo 18 non c’entra)

Di fronte all’attuale drammatica situazione del Mezzogiorno negli ultimi anni l’attenzione del Governo e del dibattito pubblico è stata invece a corrente alternata con un “effetto spiazzamento”: all’inversione ciclica si sono sommate debolezze strutturali che affondano le radici nel tempo e che si sono aggravate nell’attuale congiuntura mentre le politiche di sviluppo sono state radicalmente depotenziate.

Negli ultimi due anni il Governo ha più volte annunciato un Piano nazionale per il Sud nell’ultima versione presentata dal Ministro Fitto in teoria doveva prevedere circa 100 miliardi di euro da reperire tra fondi europei e FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate) non spesi. Di fatto si è assistito ad una costante decurtazione della quota nazionale del FAS mobilitata prima per il finanziamento di interventi di carattere emergenziale (emergenza rifiuti, risanamento bilanci dei comuni Roma e Catania) e, successivamente, per le misure anticrisi su altri fondi: il Fondo Strategico per il Paese a Sostegno dell’Economia Reale, il Fondo Infrastrutture, il Fondo Sociale per l’Occupazione e la Formazione. Di tali fondi, solo quello relativo alle infrastrutture è stato indirizzato principalmente  a favore delle aree deboli.

Non si possono spiegare, tuttavia, i problemi passati ed attuali del mezzogiorno esclusivamente tenendo conto esclusivamente del volume di spesa pubblica. In realtà le risorse c’entrano ma fino ad un certo punto. Nel Mezzogiorno sono anche in atto meccanismi perversi che ostacolano i processi di modernizzazione. I problemi dell’arretratezza del Mezzogiorno sono infatti anche i problemi di efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione italiana che ritrova nel Mezzogiorno le sue croniche debolezze amplificate (Formez, Innovazione amministrativa e crescita del paese: rapporto con raccomandazioni, Quaderni Formez Roma 2008). La pervasività della politica nella PA è ovunque in Italia ma quando si tratta della cattiva politica meridionale i risultati sono devastanti. Le azioni dei governi regionali e locali nel Mezzogiorno rappresentano il vero vincolo concreto allo sviluppo, perché queste rispondono più alla esigenza della formazione di un consenso basato più sulla distribuzione clientelare delle risorse che sulla realizzazione di servizi utili per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e il contesto produttivo per le imprese restringendo in questo modo ogni spazio di autonomia. Nessuna area avrebbe più bisogno del Mezzogiorno di una vera riforma della Pubblica Amministrazione che consentisse di rimettere in circolo riserve di produttività oggi compresse. Lo stanno a dimostrare le sorti della passata e dell’attuale tornata di programmazione dei fondi europei. E’ di questi giorni la pubblicazione di un rapporto di valutazione da parte del Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici della Regione Campania (Analisi valutative ex post del POR Campania 2000-2006) che traccia una disamina impietosa sulle modalità e sui risultati scaturiti dall’utilizzo dei fondi strutturali da parte dell’amministrazione guidata da Antonio Bassolino (ma lo stesso si può dire per le altre realtà). Come si legge nello studio la spesa di circa 8 miliardi di fondi europei nel periodo 2001 – 2009 senza una visione di insieme né una strategia unitaria se non quella di accontentare tutti, oltre a non produrre alcun risultato misurabile hanno paradossalmente contribuito, come si evince da tutti gli indicatori socio-economici, ad aggravare la condizione, già di per se fragile, del sistema regionale. Le caratteristiche principali di questo uso scriteriato di risorse pubbliche sono state tre: una pletora di possibili soggetti beneficiari (imprese, enti locali, associazioni, sindacati); la scarsa selettività delle iniziative, in pratica era possibile qualsiasi iniziativa in nome dello sviluppo dal finanziamento di infrastrutture a quello delle sagre e dei festival in modo diffuso su tutta la regione; la estrema frammentazione degli interventi. In questo modo le opere pubbliche sono spesso rimaste nella sfera dell’immaginario, le politiche del lavoro sono servite ad alimentare sacche di assistenzialismo e anche le risorse destinate al miglioramento della qualità dei servizi pubblici e della vita dei cittadini non hanno avuto in pratica alcun impatto. E il fallimento del passato si somma a quello attuale invece di segno opposto. Con una dotazione che ammonta a 47 miliardi di euro di fondi strutturali europei a disposizione per il Mezzogiorno in quattro anni si è riusciti ad utilizzarne solo l’8,2%. In questi anni la Campania non è arrivata a spendere neanche il 4% ovvero 287 milioni sui 7,9 miliardi disponibili. La Puglia è a quota 6,3% (389 milioni su 6 miliardi). La Sicilia è ferma al 5,1% (444 milioni sugli 8,6 miliardi). La Calabria, 252 milioni sui 3,8 miliardi messi a disposizione dall’Europa.

Non si riesce a spendere le risorse che ci sono e un più elevato volume di spesa non garantirebbe certo risultati più apprezzabili in termini di efficacia della stessa. Il cuore del problema risiede nella mancanza di una seria programmazione e di progetti efficaci. L’incapacità di impegnare risorse, la cattiva qualità degli interventi, la loro scarsa utilità in buona misura e di conseguenza l’incapacità di dare vita ad un reale ciclo di sviluppo sono imputabili in gran parte al fatto che le nostre Regioni si caratterizzano per essere ancora un sistema politico-amministrativo contraddistinto da una scarsa trasparenza, da una pressoché irrilevante interazione con le comunità e da un basso livello di competenze tecniche e gestionali. Nel nostro caso ci si deve quindi  interrogare in modo più ampio sul ruolo che il ceto politico e le istituzioni meridionali hanno avuto nel generare e confermare questo ritardo. Come argomenterebbero Douglas North e gli economisti istituzionalisti il cattivo funzionamento delle istituzioni fa crescere l’insieme dei costi di transazione, disincentivando la localizzazione di attività economiche nuove, pure in presenza di vantaggi di natura economica (Istituzioni, cambiamento istituzionale e evoluzione dell’economia, Il Mulino 1990). Il degrado della politica con l’utilizzo improprio dei fondi pubblici, il clientelismo, la corruzione, la pessima amministrazione degli enti che dovrebbero gestire i servizi pubblici nell’interesse dei cittadini sottolineano come il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare una preoccupazione, non solo come area in ritardo di sviluppo, ma perché propone un modello che in realtà sta pervadendo anche aree del Paese e che rischia di contribuire a consolidarne la posizione di marginalità rispetto al resto d’Europa. Prendendo a prestito le parole di Leonardo Sciascia ne Il Contesto:<<occorre liberare questo Stato da coloro che lo detengono>>.

(Alfredo Amodeo)

http://italia2013.org/2012/02/08/perche-il-sud-non-cresce-e-larticolo-18-non-centra/

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