Dubbi su business del robot chirurgo, ognuno costa 2,5 mln euro

Roma, 27 mar. (Adnkronos Salute) – “E’ un po’ come avere una Ferrari e usarla poco, perché la benzina costa troppo: i 53 robot chirurghi presenti in Italia, che costano 2,5 mln l’uno, operano infatti circa 200 pazienti a settimana, cioé appena 3,7 ad apparecchiatura”. Interventi ‘col contagocce’, dovuti al fatto che “ogni paziente costa alla struttura 10 mila euro, tra materiali e ammortamento della macchina, in più” rispetto al rimborso “ottenuto dal servizio sanitario regionale. Ma quali sono i reali vantaggi?”. A sollevare dubbi sul ‘business del robot chirurgo’ è Pierpaolo Graziotti, vice presidente Auro.it (Associazione Urologi Italiani) e responsabile dell’unità operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Graziotti spiega all’Adnkronos Salute: “La chirurgia laparoscopica robot-assistita è senza dubbio un passo avanti, ma alla luce dei dati della letteratura la diffusione e l’entusiasmo per questi dispositivi mi sembrano un po’ eccessive. Bisognerebbe prima individuare i pazienti che possono avere più vantaggi dall’intervento col chirurgo robot, cosa che finora non è stata fatta, almeno per l’urologia”. E proprio gli urologi sono i maggiori utilizzatori di questa tecnologia: il 55% degli interventi è in urologia, e il 25% in chirurgia generale. Intanto però è partita la ‘corsa al robot’: molte strutture pubbliche e private convenzionate hanno acquistato questi avveniristici apparecchi, “dal costo di 2,5 mln di euro l’uno, che comunque portano lustro all’immagine della struttura. Parole come mininvasivo, laser e robot evocano un’idea di micrometrica precisione, che non sempre però si traduce in una superiorità rispetto agli esiti della laparoscopia ‘tradizionale'”.

“Vero è – ammette l’esperto – che il robot chirurgo permette di ridurre la curva di apprendimento della tecnica laparoscopica. Ma, ma specie in tempo di crisi economica, mi sembra opportuno esaminare l’appropriatezza dell’allocazione delle risorse in funzione dei risultati per il paziente”. La prostatectomia radicale è un intervento molto delicato, con un momento demolitivo ed uno ricostruttivo effettuati in un campo operatorio piuttosto limitato, “l’ideale per il robot. Ma a oggi non ci sono dati che dimostrino significativi vantaggi in termini di risultati clinici tra la prostatectomia robotica e quella a cielo aperto. Ciò in relazione sia alla continenza urinaria, che alla potenza sessuale e a tutti gli altri parametri abitualmente presi in considerazione”.

L’esperto cita un recentissimo articolo pubblicato sul ‘Journal of Clinical Oncology’: “Nei pazienti di età superiore ai 66 anni, che corrispondono a coloro che negli Usa vengono gestiti dalla medicina pubblica (Medicare), non vi è alcuna differenza nei risultati tanto che, a posteriori, ben il 24% di quelli sottoposti a prostatectomia robotica avrebbe scelto un’altra soluzione, a fronte del 15% di coloro che erano stati operati in maniera tradizionale”.

A identiche conclusioni “sono giunti gli esperti italiani, che hanno redatto le linee guida del 2008 della Società della quale sono vicepresidente, nelle quali testualmente veniva riportato che ‘Le tecniche laparoscopiche e robotiche possono ridurre, rispetto alla chirurgia a cielo aperto, le perdite ematiche e di conseguenza il ricorso ad emotrasfusioni. In termini di efficienza, a fronte di tempi operatori più lunghi, la laparoscopia si caratterizza per i minori giorni di cateterizzazione ed ospedalizzazione. Margini chirurgici positivi e sopravvivenza libera da malattia così come potenza e continenza risultano simili'”. Quello dei costi è il punto più dolente della chirurgia robotica, in quanto “l’incremento di spesa per ogni intervento è tutt’altro che marginale. Nel nostro Paese infatti, a differenza di altri, i rimborsi per la prostatectomia robot-assistita non prendono in considerazione, se non per un incremento forfettario che in Lombardia è di 1000 euro, i reali oneri che deve affrontare un ospedale”.

Costi in più che l’esperto sintetizza così: 3-4000 euro/caso per utilizzo materiale disposable, 300 euro/ora per uso sala operatoria (mediamente 2 ore in più per la chirurgia robotica rispetto alla tradizionale a cielo aperto), 500.000 euro/anno per ammortamento dell’apparecchiatura (valutata a 5 anni), 100.000 euro per l’ordinaria manutenzione. “Certo è che, con un sistema sanitario basato su un Ssn a risorse economiche ovviamente limitate, bisognerebbe avere maggior prudenza prima decidere di acquistare 53 robot, quanti sono in uso nel nostro Paese. Non vorrei però che si concludesse che la chirurgia robotica non è utile: personalmente non ho alcun dubbio che tale tecnologia rappresenti un passo avanti in medicina”.

“Dopo aver studiato tutti i dati e le relative perplessità riportate dalla letteratura, da contribuente prima che da tecnico, oltre che dirigente di una Società scientifica, mi chiedo – aggiunge – se non sarebbe più razionale mettere in piedi una ricerca nazionale, magari collegata scientificamente con altri Paesi europei, per meglio capire per quali pazienti possa essere veramente utile” la tecnica.

“Mi sono fatto l’idea – spiega Graziotti – che esiste una nicchia di malati (magari giovani, potenti, con malattia non particolarmente aggressiva e di limitato volume) che possono essere i candidati ideali e principali fruitori dei vantaggi garantiti da una tecnica del genere. Occorrerebbero degli studi ad hoc”, conclude.

http://www.univadis.it/medical_and_more/Notizie_mediche_del_giorno_Detail?sidenavlinkname=Nazionali&link=/IT/Notizie_mediche_del_giorno/Dubbi-su-business-del-robot-chirurgo-ognuno-costa-2-5-mln-euro/%28language%29/ita-IT

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Categorie: Giovani Medici, medici, Salute e Benessere, Sanita', varie | Tag: , , | Lascia un commento

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