Ma cosa si aspettano tutti questi aspiranti medici?

Ma cosa si aspettano tutti questi aspiranti medici?

In migliaia si presentano al concorso di Medicina, mandando il traffico di Roma in tilt. Come mai sempre più giovani sognano il camice bianco? Lo abbiamo chiesto a un esperto che ci ha svelato: «I soldi non c’entrano»

Cinquemiladuecentoquindici donne e 3.029 maschi, per 300 posti disponibili a Medicina. Cinquecento, per appena 25 posti disponibili per Odontoiatria. In tutto quasi novemila persone si sono riversate mercoledì 11 aprile a Roma per effettuare il test di entrata all’Università Cattolica, mandando il traffico in tilt. Perché tanto interesse verso la professione di medico? Lo abbiamo chiesto al dottor Gabriele Bronzetti,  cardiochiurgo, specializzato in cardiologia pediatrica all’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.

Cosa si aspettano, secondo lei, questi futuri studenti?

«Siccome dovrebbero sapere che non diventeranno ricchi, probabilmente cercano qualcos’altro. Personalmente, li invito a tornare a ritrovare la bellezza di questo lavoro. Non è qualcosa di sacro entrare nel corpo di un altro? Ma anche solo prendere la mano di uno sconosciuto che si affida a te, percepirne il battito e il calore, guardarlo indifeso e dirgli con gli occhi: ora sei al sicuro?».

Eppure nella formazione di questi aspiranti medici non è prevista una preparazione culturale e psicologica. Per non parlare della capacità di comunicare.

«Si tratta di un punto dolente. Un medico non deve essere per forza uno scrittore, ma dovrebbe essere in qualche modo un letterato, perché una sua parola può far rinascere una persona, come ucciderla. Tuttavia, se i medici sono pessimi comunicatori, anche la condizione di malato fa scattare dinamiche di negazione, rimozione e diffidenza che a volte alterano la comunicazione. La Medicina Narrativa, una disciplina nata negli Stati Uniti, si fa carico tra l’altro di questo problema. In Italia ancora siamo indietro».

Questi futuri medici, come quelli attuali, dovranno scontrarsi con il problema della cosiddetta “malasanità”.

«È un termine mediatico deleterio, specie quando applicato a casi complessi; ma fanno male anche gli articoli miracolistici immotivati, che preparano il terreno per la notizia scandalistica di polarità opposta: un medico è fortunato quando non finisce sui giornali».

Ma gli errori sanitari esistono? Sono sempre involontari?

«Statisticamente, l’errore umano è inevitabile, ma una struttura organizzata deve consentire a persone preparate e selezionate di ridurlo al minimo, che non sarà mai zero».

E i casi come quelli avvenuti alla clinica Santa Rita?

«Credo siano episodi isolati e non rappresentino l’aberrazione di una categoria, ma di singoli all’interno di una categoria. Io non li chiamerei neppure medici».

Quanto pesano nella vostra professione i tagli ai bilanci e la precarizzazione della professione?

«Tantissimo. Decisioni frettolose, poca lucidità e scarso dialogo con i pazienti. D’altronde, il successo della medicina alternativa, omeopati, naturopati, deriva dalla centralità data al paziente come persona e non come referto vivente».

Anche lo stress deve essere altissimo.

«Esiste un termine, «burn-out», che descrive bene l’esaurimento da sovraccarico dei sanitari. Soprattutto in alcuni reparti intensivi e gravosi, come oncologia, pediatria, rianimazione, i medici avrebbero bisogno dell’aiuto di specialisti, senza il quale l’anima si riduce a un pugno di cenere e il paziente diventa un nemico. La vita privata non resta fuori dal disastro, tanto che la nostra è la professione a più alto tasso di divorzi».

Lei ha scritto che oggi la morte viene ritenuta una complicazione, e non una possibilità, per cui se qualcuno muore un medico deve pagare. Come uscire da questo cortocircuito?

«Tornando a vedere il paziente come un uomo e non come una controparte legale. Noi medici dovremmo essere più umili e colti. Ammettere la fallibilità non significa giustificare incompetenza e cialtroneria. E anche i pazienti devono imparare di nuovo a vedere i medici come uomini, non come esercenti di salute. Occorre tornare a un rapporto fiduciario: non “tu mi guarisci o io di ti denuncio”, ma “io ti curo, se ti fidi”. Non posso prometterti di guarirti, ma di curarti sì. E se ti fidi anche la guarigione è più probabile».

http://www.vanityfair.it/news/societ%C3%A0/2012/04/12/concorso-medicina-roma-tilt-professione-medica-intervista

Annunci
Categorie: Giovani Medici, medici, Salute e Benessere, Sanita' | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: