SEI DOMANDE AL PRESIDENTE DI ORDINE DEI MEDICI PIU’ GIOVANE D’ITALIA

Presidente, appena eletto lei ha dichiarato alla stampa che la sua è una squadra molto giovane…

 E’ vero: ci tengo molto. Il Consigliere più anziano ha 67 anni ed io stesso sono il presidente di Ordine dei Medici più giovane d’Italia, nonostante i miei 48 anni appena compiuti. Ma è un’anomalia tutta italiana: all’estero un quarantottenne sta già raccogliendo i frutti di ciò che ha seminato. Chi è giovane ha freschezza di idee e prontezza di riflessi. A 35 – 40 anni si potrebbe tranquillamente aver già maturato l’esperienza sufficiente per guidare un Ente pubblico complesso come l’Ordine dei Medici di Milano (il secondo in Italia come consistenza)…; e si hanno energie da vendere, che poi cominciano a scemare. Spero davvero che il nostro Paese cambi e che, per il futuro, i giovani abbiano più strada libera e più fiducia.

Lei arriva alla guida dell’Ordine di Milano in piena bufera: in Parlamento si sta discutendo un disegno di Legge che cambia radicalmente e depotenzia il ruolo degli Ordini. Ci vuole spiegare a che cosa servono gli Ordini nell’Italia del terzo millennio?

 

Nella mia idea l’Ordine dei Medici deve tutelare la qualità dell’atto professionale, deve farsi garante nei confronti del cittadino che il Medico che lo sta curando abbia determinati titoli e un determinato curriculum. Per far questo deve certamente cambiare la Legge istitutiva degli Ordini sanitari che è del Quarantasei, ma buttare via il bambino con l’acqua sporca sarebbe un grave errore. Leggo sui giornali che gli Ordini sarebbero addirittura responsabili dell’impoverimento dell’Italia, che la loro abolizione porterebbe ad un aumento del PIL. Sciocchezze! Nella deregulation selvaggia che seguirebbe la cancellazione degli Ordini, il cittadino / paziente  malato è colui che ne subirebbe le maggiori conseguenze negative. La pubblicità sanitaria diventerebbe selvaggia, l’atto medico verrebbe ridotto alla stregua di qualsiasi attività commerciale ed il profitto sarebbe, in ultima analisi, l’unica guida del professionista.

Nell’Italia del 2012, a suo parere, quali sono i problemi maggiori che deve affrontare un Medico o un Odontoiatra neolaureati che si iscrivono per la prima volta all’Ordine?

 

La piaga dei nostri tempi è il precariato. Il Medico, di solito, uno o più lavori li trova, ma sono sottopagati. Ho parlato recentemente con una Collega che prende 7 (sette!) euro lordi all’ora per le guardie svolte presso una casa di cura privata. Una vergogna! Conosco Colleghi che lavorano con incarichi liberoprofessionali presso i Pronto Soccorsi di alcuni grandi ospedali milanesi. E potrei continuare a lungo. Ho provato numerose volte a sensibilizzare le istituzioni su queste tematiche ma fino adesso non si è cavato un ragno dal buco. Tutte le volte che qualche Collega mette per iscritto le condizioni miserrime in cui lavora, magari pagato meno dell’infermiere che è in turno con lui, abbiamo convocato il Direttore Sanitario della struttura e fatto i passi necessari perché queste storture cessino. Tuttavia, è molto raro che i Medici o gli Odontoiatri abbiano il coraggio di mettere nero su bianco queste storie di precariato. La paura di ritorsioni è fortissima. Speriamo che in futuro le autorità regionali e locali cambino atteggiamento e non permettano più situazioni come quelle che ho poc’anzi descritto.

Anche il problema del costruirsi una professionalità, per i giovani, sembra sempre più cogente.

 

E’ vero. All’estero un chirurgo non potrebbe mai specializzarsi senza avere fatto un considerevole numero di interventi come primo operatore. Un cardiologo non potrebbe mai diventare tale senza dimostrare di aver fatto moltissime volte un cateterismo cardiaco, uno studio elettrofisiologico, un’angioplastica… Il fatto che un giovane debba rubare il mestiere ai Colleghi più grandi di lui è un’anomalia tutta italiana che spero di scalfire rinsaldando il rapporto dell’Ordine con l’Università. Anche perché, altrimenti, i nostri laureati sono inevitabilmente destinati a soccombere nel confronto con i Colleghi provenienti da altre nazioni.

In quest’epoca di crisi, non crede che giovani possano avere ulteriori difficoltà, rispetto anche solo a pochi anni fa?

 

Certamente. In realtà penso che nel 2016 – 2017, con l’inizio della “gobba” di uscita dalla professione di molti Medici, alcuni problemi si risolveranno. Ovverosia, dovranno per forza di cose essere abbattute molte incompatibilità e finalmente non ci sarà più il problema della pletora medica. Tuttavia penso che, se non vigiliamo attentamente, si avvantaggeranno di questa situazione solo i Medici più anziani, mentre c’è il rischio che i più giovani vengano sfruttati ancora di più e pagati sempre di meno. Inoltre, non dobbiamo trascurare il fatto che l’avviamento professionale, per coloro che aspirano a lavorare come liberoprofessionisti, è diventato oggi davvero difficile. Di fatto, le famiglie si trovano a coprire le prime spese di coloro che vogliono mettere in piedi uno studio professionale. All’inizio si lavora in perdita e le tariffe professionali che un giovane può esporre sono naturalmente (in media) molto più basse di quelle che può richiedere un professionista anziano. Non parliamo poi di coloro che firmano la Convenzione con il SSN per l’Assistenza Primaria. Se non hanno chi li sostiene, devono per forza aggregarsi a gruppi di Colleghi più anziani, con scarse possibilità di progressione nel numero di cittadini che li scelgono come Medici di Famiglia. Non va meglio per i giovani Odontoiatri. Professionisti ingiustamente additati dalla stampa come ricchissimi e disonesti. Oggi solo i veri benestanti hanno la potenza economica per mettere in piedi uno studio odontoiatrico di un certo livello e con tutte le necessarie garanzie di qualità per il paziente. Altrimenti, anche in questo campo, la soluzione è il limbo del precariato.

Ha citato il rapporto con il SSN. Pensa che nel futuro ci saranno dei cambiamenti nell’assistenza prestata?

 

Credo che il SSN così come lo conosciamo oggi, nel giro di uno o due lustri, sia destinato a cambiare in maniera abbastanza netta. Le regioni non hanno più i denari per sostenere le spese del sociosanitario, spese che molte ricerche danno in forte crescita nei prossimi anni. Questo forse provocherà il ricorso a forme di assistenza privatistica. In ogni caso, il rischio è che il sistema non riesca più a tenere e i finanziamenti provenienti dalle tasse non siano più sufficienti. E’ un quadro a tinte fosche, dove i più deboli economicamente sarebbero inevitabilmente destinati ad avere un’assistenza sanitaria di livello inferiore rispetto ai più abbienti, in maniera simile a quanto avviene attualmente oltre oceano. Speriamo e lavoriamo tutti, invece, per mantenere il SSN universalistico: è una delle ragioni per cui la nostra vituperata sanità, ancora oggi, si colloca sempre ai primi posti nel mondo per livelli di assistenza erogata.

 

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