La medicina difensiva costa quanto l’Imu

L’eccesso di prescrizioni per evitare contenziosi con i pazienti pesa sulla spesa sanitaria pubblica per 10 miliardi di euro

MILANO – Dieci miliardi di euro, lo 0,75% del Pil. Tanto pesa sulla spesa sanitaria pubblica la cosiddetta medicina difensiva, ovvero l’atteggiamento che spinge i medici a un eccesso di prescrizioni per evitare eventuali contenziosi con i pazienti. Dieci miliardi: la stessa cifra incassata dallo Stato nel 2012 con l’Imposta Municipale Unificata (Imu). Poco meno di quanto investito in ricerca e sviluppo nel nostro Paese. Il dato emerge dalla relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari, dove risulta che nel decennio 1995-2005 la spesa sanitaria in Italia è quasi raddoppiata, passando da 48 a 92 miliardi di euro l’anno. E il trend all’orizzonte sembra mantenere questa rotta: malgrado nel 2011 sia diminuita di circa 700 milioni rispetto a quella dell’anno precedente, la spesa (112 mld) è tuttavia destinata ad aumentare del 2,2% secondo la previsione per il 2012. E la medicina difensiva è uno dei capitoli più “pesanti”.

I NUMERI – L’incidenza percentuale dei costi della medicina difensiva sulla spesa sanitaria è del 10,5% (farmaci 1,9%, visite 1,7%, esami di laboratorio 0,7%, esami strumentali 0,8%, ricoveri 4,6%). Sulla spesa privata sale al 14%, prendendo in esame soltanto i medici privati (farmaci 4%, visite 2,1%, esami di laboratorio 0,6%, esami strumentali 0,4%, ricoveri 0,1 %). In particolare, riferendosi a un’indagine del 2010, la Commissione ricorda il dato in base al quale il 53% del campione di medici esaminato dichiara di prescrivere farmaci a titolo “difensivo” e, mediamente, tali prescrizioni sono il 13% circa di tutte quelle uscite dal ricettario. Il dato s’impenna al 73% con riferimento alle visite specialistiche, dove le prescrizioni inutili diventano il 21% del totale effettuato dal singolo medico. Quasi sullo stesso valore il ricorso a esami di laboratorio come sorta di autotutela, prescritti dal 71% dei medici, con una media del 21% su quelli complessivi. La percentuale più alta appartiene agli esami strumentali: vi ricorre il 75,6 % dei medici.

MALASANITÀ – Un eccesso di sanità che deve far pensare, in tempi di spending review. Nella relazione, che copre quasi quattro anni di lavoro (da aprile 2009 a dicembre 2012), si parla anche di malasanità con 570 casi, tra errori del personale e disfunzioni. In 400 casi c’è stata la morte del paziente e il maggior numero di segnalazioni di presunti errori, ben 1 su 5, è relativo al parto. Sul totale, 261 decessi sono legati a presunti errori medici e 139 a inefficenze di vario tipo. Ma il dato che balza agli occhi è un altro: circa la metà dei decessi è concentrata in due sole regioni: Calabria (87) e Sicilia (84). Sul totale dei casi monitorati, 117 si sono verificati in Sicilia, 107 in Calabria, 63 nel Lazio, 37 in Campania, 36 in Emilia Romagna e Puglia, 34 in Toscana e Lombardia, 29 in Veneto, 24 in Piemonte, 22 in Liguria, 8 in Abruzzo, 7 in Umbria, 4 nelle Marche e Basilicata, 3 in Friuli, 2 in Molise e Sardegna, 1 in Trentino. Per i decessi, dopo il triste record di Calabria e Sicilia, ci sono il Lazio con 42 morti, Campania 30, Emilia Romagna 28, Puglia 25, Toscana 22, Piemonte 18, Veneto 16, Liguria 14, Lombardia 13, Abruzzo 8, Basilicata e Umbria 3, Sardegna e Friuli 2, Trentino, Marche e Molise 1. Su 104 episodi di malasanità al momento della nascita, la metà è concentrata tra Sicilia e Calabria, seguite da Campania e Puglia. Proprio nel Mezzogiorno si concentra un più alto numero di punti nascita di piccole dimensioni e con pochissimi parti e si concentrano le percentuali maggiori di tagli cesarei.

CASO CAMPANIA – Un caso specifico è quello della Campania, dove la Commissione ha individuato 383 incarichi manageriali ricoperti senza aver partecipato a concorsi pubblici presso molte aziende sanitarie locali. I commissari parlano di «gravissimi elementi» a carico della sanità campana, di «logiche anomale», con la «sussistenza di evidenti legami familiari» anche per incarichi e concorsi nei Policlinici universitari. Secondo l’articolo 15 del decreto 229 del 1999, i direttori generali possono conferire incarichi per funzioni di particolare rilevanza e interesse strategico mediante la stipula di contratti a tempo determinato entro il limite del 2% della dotazione organica della dirigenza. Tale articolo però, denuncia la Commissione, in Campania «non viene usato solo per funzioni di particolare rilevanza, ma anche al fine di ricoprire normali incarichi dirigenziali per i quali già sono definite le modalità di assegnazione». Quanto ai Policlinici universitari, si legge nella relazione, risultano anche «dirigenze di strutture complesse con zero posti letto».

FECONDAZIONE ASSISTITA – Emerge chiaramente dalla relazione l’«enorme disuguaglianza» nell’offerta sanitaria tra regioni del nord e del sud, con continui “viaggi della speranza” per andarsi a curare altrove. Questo accade soprattutto in relazione alla fecondazione assistita. Dall’1 gennaio 2011 al 30 giugno 2012, le donne che si sono sottoposte al trattamento, nei centri che hanno risposto al questionario della Commissione, sono state 50.900: di queste 37.322 erano residenti nella stessa regione del centro di Pma, mentre 13.578 si sono spostate in altre regioni. Il 48% ha scelto il Nord-Ovest. La media a livello nazionale di donne trattate per ogni centro è di 444 donne residenti e di 168 donne non residenti. Il motivo dello spostamento, spiega la Commissione, è dovuto al fatto che nella maggior parte delle regioni del nord tali trattamenti sono previsti all’interno del sistema sanitario regionale (dunque il costo è a carico della regione in cui si è residenti) mentre in altre regioni sono effettuati in centri privati e, dunque, a carico del paziente. Proprio nel sud e nelle isole si concentra il maggior numero di centri privati di Pma (con 7 centri su 16). In Sicilia, su 36 centri, 7 sono pubblici e 29 privati: questi ultimi effettuano l’86% dei trattamenti.

«VA INSERITA NEI LEA» – «Con questo tasso altissimo di mobilità sanitaria, in continua crescita, le regioni del nord continuano ad arricchirsi a spese delle regioni più povere. L’unico modo per superarlo è inserire la riproduzione assistita all’interno dei Livelli essenziali di assistenza Lea, per far in modo che venga reso omogeneo su tutto il territorio tanto il servizio che il costo» afferma il presidente della Commissione d’inchiesta sugli errori sanitari, Antonio Palagiano (Idv) -. Allo stesso modo sarebbe necessario prevedere un unico costo per il rimborso, valido in tutto il Paese come avviene per le altre patologie».

TROPPI MEDICI AL SUD – Un’altra questione territoriale è quella del numero di medici, che aumenta «in maniera spropositata» andando da nord a sud, tanto che in Sicilia c’è un numero di medici ogni 10 posti letto che è il doppio del Friuli Venezia Giulia e delle Marche. Negli ospedali del Mezzogiorno il personale sanitario supera il numero dei letti negli ospedali: 23.880 posti letto effettivi e 25.532 dipendenti. Alto il livello delle spese per il personale, specie nelle regioni sottoposte a piano di rientro. In generale, spiega Palagiano, «in campo sanitario l’Italia è divisa in due, con un sud che pur avendo delle aree di eccellenza, sbaglia di più, ha maggiore disavanzo ed è costretto a pagare più tasse. Molto spesso si muore più facilmente al sud rispetto al nord. Ma sbagliare di più non significa che i medici siano meno bravi al sud. Significa che ci sono delle responsabilità organizzative e politiche che andrebbero perseguite. Ci auguriamo che il prossimo governo abbia una maggiore sensibilità e possa affrontare il problema del disavanzo sanitario e la qualità dei servizi erogata in Italia».

Redazione Salute Online

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Categorie: Giovani Medici, Salute e Benessere, Sanita', sanita' milano | Tag: | Lascia un commento

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