Emigriamo. Da grande voglio fare il chirurgo. Hai il passaporto in regola?

11 aprile 2013

Emigriamo. Da grande voglio fare il chirurgo. Hai il passaporto in regola?

Ci vogliono trent’anni per “fare” un chirurgo: nei primi dieci impara come operare, nella seconda decade impara quando operare e nella terza impara quando non operare. Posso assicurarvi, essendomi laureato nel 1979, che è un detto assolutamente vero (all’estero). Purtroppo in Italia non è esattamente così!

Da noi vige il detto “si impara guardando”! L’altro giorno un mio carissimo amico mi ha telefonato chiedendomi se potevo incontrare suo figlio che si è laureato in Medicina, ed essendo intenzionato a diventare chirurgo, sapendo che mi sono formato professionalmente all’estero, voleva che gli chiarissi alcuni punti sulla scelta migliore da fare.

Dopo varie vicissitudini, il figlio del mio amico, è approdato, come frequentatore volontario, in un Istituto Universitario. Questo dovrebbe consentirgli di riuscire ad ottenere un posto alla scuola di specializzazione (il condizionale è d’obbligo). Ammesso che lui riesca ad entrare al corso di specializzazione verrà “parcheggiato” per altri 6 anni con uno stipendio mensile di circa 1750 € con contratto di formazione.

In cambio di 38 ore di lavoro settimanale, domeniche escluse, e per passare di anno in anno, dovrà dimostrare di aver eseguito, come primo operatore, un certo numero di interventi chirurgici di complessità crescente (questo requisito che sembra garantire in un certo senso la formazione, come vedremo in seguito viene consistentemente eluso da false dichiarazioni dei direttori delle scuole di specializzazione che certificano la presenza degli specializzandi all’intervento non la loro attiva partecipazione).

E’ intuitivo che i primi anni di formazione sono quelli più importanti perché la chirurgia, al di là delle indicazioni e della gestione dei pazienti, è manualità e ripetizione di gesti per cui il fatto di eseguire gli interventi, guidato da un tutor, in prima persona è estremamente importante.

Come funziona il reclutamento all’estero? In America per esempio il corso di laurea in medicina dura 4 anni al termine del quale i candidati fanno delle interviste nei vari centri che offrono dei posti di specializzazione. Il sistema è costruito “a piramide” all’inizio si entra in tanti mentre alla fine dei 5 anni di specializzazione si esce in pochi. Quando sono entrato nella specializzazione (State University di New York) al primo anno eravamo circa ottanta specializzandi (cosiddetti “Intern”) e alla fine solo otto di noi sarebbero diventati “chief resident”.

Il test di ingresso consisteva in colloqui assolutamente informali e sulla presentazione di un curriculum vitae con delle lettere di presentazione. Inoltre come straniero dovevo aver passato un test che ai miei tempi si chiamava Visa Qualifying Examination (Vqe) e che oggi si chiama United States Medical Licensing Exam (Usmle). Una volta in possesso del titolo si faceva domanda per l’intervista e se venivi accettato ti veniva dato un contratto che ti permetteva di stare negli Stati Uniti per un anno dopodiché se non ti veniva riconfermato il contratto eri obbligato a lasciare il paese.

La selezione durante gli anni della specializzazione avveniva a livello nazionale con un esame “in training examination” somministrata a tutti i resident in formazione contemporaneamente e sui giudizi dei vari medici con cui lavoravi durante l’anno. Alla fine del 5 anno con il tuo curriculum formativo potevi iscriverti a sostenere l’American Board of Surgery (equivalente della nostra specializzazione) gestito dalla Società Americana dei Chirurghi e non dall’Università che ti aveva formato (conflitto di interessi) solamente se possedevi le seguenti condizioni:

1) aver eseguito, come primo operatore, un certo numero di interventi chirurgici. Nel mio caso 1180 durante i 5 anni con varietà e difficoltà dei casi con una lista controfirmata dal capo dipartimento che specificava, intervento per intervento, il ruolo da me svolto le iniziali e il numero identificativo del paziente.

2) aver eseguito un certo numero di rotazioni in servizi di specialità chirurgiche (vascolare, urologia, toracica, cardiochirurgia, neurochirurgia, plastica) e non chirurgiche (terapia intensiva, ustioni, gastroenterologia)

3) avere parere favorevole della faculty

4) avere svolto l’ultimo anno come chief resident

A questo punto potevo chiedere di partecipare all’esame che si svolgeva in due tempi uno scritto e uno orale con una percentuale di successo complessiva di circa 70-80%. Questo era nel 1987 dopodiché ho passato altri due anni al Memorial Sloan-Kettering di New York a specializzarmi in chirurgia oncologica. Di fatto sono arrivato in America nel 1982 a 27 anni e sono tornato in Italia nel 1989 a 34 anni con circa 3000 interventi chirurgici alle spalle e capace di gestire da solo qualsiasi evenienza.

Alla fine del percorso formativo, ti arrivavano automaticamente, sia nell’ambito privato che in quello pubblico, varie offerte di lavoro tarate sulla tua specializzazione e sulle Istituzioni da dove uscivi (più erano rinomate e più ti venivano offerti posti prestigiosi) non dovevi far altro che scegliere quella che ti si confaceva di più. Questo è un sistema formativo “normale”: investe risorse nella formazione per poi permettere, una volta compiuto lo sforzo formativo, di reinvestirle nel sistema.

Pensate, per un attimo, se il signor Marchionne si prendesse la briga di assumere, in Fiat, con contratto di apprendistato per 6 anni a 1750€ al mese giovani apprendisti e se poi alla fine del periodo, dopo avergli insegnato poco o nulla, li mandasse a cercarsi un lavoro. Il sistema esploderebbe! Sarebbe un “non senso” per qualsiasi sistema produttivo non credete? Eppure L’Università Italiana fa esattamente così: parcheggia per 6 anni dei giovani dandogli un contentino di 1750€ al mese facendoli girare tra reparti di chirurgia universitari e ospedalieri e poi dopo aver dato, a tutti, un diploma li sbatte in strada con tante felicitazioni! Che razza di sistema formativo è? E poi parlano di cervelli in fuga?

In effetti il quotidiano di uno specializzando in chirurgia è poco esaltante: vengono utilizzati dall’università come personale di supporto a metà tra infermiere e segretario, utilizzati in sala operatoria come degli strumenti per divaricare e hanno pochissima capacità di decidere e tanto più di eseguire interventi chirurgici. Le Università rendendosi conto di non riuscire a “coprire il numero di interventi eseguiti o a cui hanno partecipato” gli specializzandi (obbligati da una norma Comunitaria) stipulano delle convenzioni con i vari Ospedali dove gli specializzandi compiono delle turnazioni di 6 mesi-1 anno per aumentare l’esposizione a diversi modi di affrontare le situazioni (intenzione lodevole che, in realtà, nasconde la scarsità di esperienza offerta dall’Università)

Negli Ospedali, anche se la didattica è decisamente meno organizzata, la pratica clinica è superiore sia come qualità che come quantità di interventi svolti. Negli Ospedali, soprattutto nel Lazio, con il blocco del “turn-over” a causa del noto debito, si è assistito, di fatto, ad un invecchiamento della popolazione medica e i medici in formazione vengono “ben visti e accettati” perché si occupano di tutte quelle cose che i medici più anziani non vogliono fare (dalle cartelle, al lavoro di corsia, alla sala operatoria per gli interventi considerati minori). Nonostante questo è difficile che al termine del percorso formativo di 6 anni il neo specialista in chirurgia sia in grado di svolgere autonomamente la propria attività ma soprattutto è quasi impossibile trovare una occupazione consona al curriculum formativo.

Secondo una ricerca nel 2010, a fronte di 8848 posti vacanti, sono stati stipulati dal Ssn 1389 contratti a tempo indeterminato (15.9%). Anche se nel 2018 le stime indicano che mancheranno circa 22.000 medici. La percentuale dei giovani neospecialisti che “emigra” o che vorrebbe emigrare è molto alta e i paesi dove i giovani chirurghi Italiani trovano lavoro con più facilità sono, in Europa, la Francia e l’Inghilterra.

L’introduzione del numero programmato sta sicuramente aiutando a riposizionare correttamente l’offerta con la domanda tuttavia credo che la prima cosa da fare sia quella di riformare il percorso formativo di questi giovani. E’ chiaro che se la specializzazione avviene nelle Università che poi la certificano, tutti quelli che entrano al primo anno usciranno, alla fine, con il loro bel foglietto in tasca senza nessuna selezione. Bisognerebbe che la Società Italiana di Chirurgia si facesse avanti proponendosi di diventare l’ente preposto alla certificazione dell’avvenuta formazione.

Si avrebbe il duplice vantaggio di avere un ente terzo che certifica ma soprattutto quelle scuole che non formano adeguatamente i chirurghi perderebbero il loro accreditamento (e quindi il loro potere) e sarebbero obbligate a chiudere, o per lo meno avrebbero talmente poche richieste al primo anno che finirebbero per esaurirsi da sole. Sembra una cosa semplice da paese normale no? Ricordiamoci che siamo in Italia!

Volete sapere che consiglio ho dato al figlio del mio amico? Parti non appena possibile e poi, se puoi, ritorna fra un pò ci sarà bisogno di chirurghi capaci e non ci saranno!

http://www.huffingtonpost.it/carlo-eugenio-vitelli/emigriamo-da-grande-voglio-fare-il-chirurgo-hai-il-passaporto-in-regola_b_2851851.html?utm_hp_ref=fb&src=sp&comm_ref=false

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Categorie: giovani, Giovani Medici, medici, Salute e Benessere, Sanita', sanita' milano | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Emigriamo. Da grande voglio fare il chirurgo. Hai il passaporto in regola?

  1. In Italia il problema è ulteriormente complicato dal rapporto con i cosiddetti Direttori di Struttura Complessa – gli ex Primari – che di fatto accentrano quasi tutta l’attività chirurgica “gustosa” nelle loro mani, lasciando ai loro Aiuti solo le ossa spolpate; per questo motivo, chi, uscito dalla scuola di specializzazione, ha la fortuna di vincere un concorso, di fatto ha poche possibilità di mettersi alla prova con casi chirurgici impegnative. Io, per questo motivo, nel 2008 ho lasciato l’Italia per la Spagna, dove in quattro anni ho operato, ogni settimana, quel che i miei colleghi nel frattempo operavano in un mese. Nel 2012 sono tornato in Italia, nel mio vecchio ospedale, avendo accumulato un’esperienza chirurgica, in particolare in laparoscopia, di molto superiore a quella del mio ex primario; il quale, vedendo la mia casistica operatoria, certificata dal Direttore medico dell’ospedale spagnolo da dove provenivo, sbattuta sulla sua scrivania, ha pensato bene di mettermi all’angolo. Ma lui sta andando in pensione, ed io ho il vantaggio di avere vent’anni meno di lui… resto seduto sulla riva del fiume.

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  3. molto molto interessante! condivido ogni parola! un medico con la tua esperienza dovrebbe far sapere a tutti la sua opinione,

  4. Articolo molto interessante, diciamo che non è molto confortante per chi come me è solo al secondo anno e vorrebbe specializzarsi nell’ambito chirurgico. secondo me l’università italiana andrebbe fortemente modifica ed epurata da tutti i baronaggi(secondo me medicina è la facoltà piu “baronata”

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