“Tutti in Inghilterra”, la fuga dei medici specializzandi

di Giulia Cimpanelli

Un vero e proprio esodo. E’ quello degli specializzandi medici che scelgono di intraprendere o ultimare la propria scuola di specializzazione oltreconfine, in particolare in Inghilterra. Negli ultimi anni, infatti, sono sempre di più i ragazzi che, una volta terminati i sei anni di università, decidono di spostarsi e optano per il Paese anglosassone.

Perché? “Per la scarsità di posti di lavoro in Italia, per inseguire condizioni retributive più allettanti (il compenso di uno specializzando in Inghilterra è circa il doppio di quello di un suo parigrado qui) e in particolare a causa di differenze nelle modalità formative: in Italia la formazione, anche per le specialità chirurgiche, è quasi del tutto teorica, mentre nei Paesi anglosassoni i neomedici vengono istruiti “facendo””, spiega il segretario generale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri Luigi Conte.

Perché proprio in Inghilterra e non in altri Paesi europei? “La Gran Bretagna – prosegue – ha programmato male gli accessi alla facoltà di medicina negli ultimi decenni, perciò da alcuni anni c’è carenza di medici, soprattutto chirurghi”. In effetti, la motivazione economica passa in secondo piano:

“I soldi? Non è vero che in Italia si guadagna poco in specialità. La media salariale parte dai 1700 euro e supera di gran lunga quella nazionale. Anzi, questi compensi servono per tenere chiusa la bocca agli studenti sulle carenze formative. Si è mai sentito di uno sciopero degli specializzandi?”, commenta Luigi Magnano, 26 anni, iscritto alla scuola di specialità in Ortopedia all’Università di Brescia, in cerca di un posto in Inghilterra.

Sono dunque la carenza di opportunità e i limiti formativi a giocare il ruolo primario nell’emigrazione di medici: “Se fossi rimasta in Piemonte avrei sì trovato lavoro, ma di certo non nel mio ambito preferito e senza contratti e compensi adeguati – racconta Alessandra Nerviani, trentenne che ha appena concluso la scuola alla Queen Mary University di Londra – inoltre mi sono specializzata in un centro di ricerca e ora inizio un dottorato clinico: nel nostro Paese è impossibile unire i due percorsi”.

Non solo, più sono giovani e bravi, più i neodottori italiani sono delusi dalla situazione nostrana: “In Italia ogni giorno uno specializzando muore dentro”, afferma con convinzione Magnano. Un sistema antimeritocratico, una formazione carente e la scarsa attenzione ai giovani: queste le vere ragioni della fuga verso l’Inghilterra. “Invece di imparare a operare o diagnosticare ci usano come segretari di prestigio: ore e ore dietro una scrivania a sbrigare pratiche burocratiche”.

Ma essere assunti nel sistema ospedaliero anglosassone non è comunque cosa da poco: “E’ necessario iscriversi al General Medical Council, l’ordine inglese, e superare molti colloqui, prove pratiche e teoriche”. Inoltre sono fondamentali un’ottima conoscenza dell’inglese e la resistenza a ritmi di lavoro serrati: “Se qui uno specializzando lavora 40 ore settimanali – spiega Conte – là possono essere anche 70 o 80. Valutano anche la capacità di sopportazione”.

Le opportunità al di là della Manica, però, iniziano a scarseggiare. Ma un nuovo eldorado per i giovani laureati in cerca di prospettive esiste: “La Svezia richiede molti medici dall’estero perché ne è carente. – conclude Magnano – Il livello d’inglese richiesto è più accessibile e gli esami o gli anni di specialità già svolti in Italia vengono riconosciuti: ancora meglio”.

http://nuvola.corriere.it/2013/04/24/la-grande-fuga-in-inghilterra-dei-medici-specializzandi

twitter@GiuliaCimpa

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