Assicurazioni private Usa: le complicanze premiano l’ospedale #paradossi #welovessn

Ridurre l’incidenza delle complicazioni postoperatorie è un esercizio complesso, soprattutto quando il sistema di rimborso delle prestazioni aggiunge – per così dire – complicazioni alle complicazioni. Da un ampio studio appena pubblicato su Jama, infatti, arriva la conferma che il meccanismo oggi in uso negli Stati Uniti contribuisce a distorcere il quadro, con differenze significative secondo il tipo di pagatore.

Le implicazioni finanziarie nelle complicazioni
Un gruppo di ricercatori diretti da Sunil Eappen, della Harvard medical school di Boston, ha analizzato cartelle cliniche e dati finanziari di circa 35.000 pazienti chirurgici dimessi nel 2010 da un gruppo non-profit di 12 ospedali, per verificare e misurare le implicazioni finanziarie nelle complicazioni post-chirurgiche: «Il tasso di complicazioni è significativo, e secondo le stime oscilla tra il 3 e il 17,4% secondo il tipo di procedura, il tipo di complicazioni, la durata del follow-up e i dati analizzati» scrivono gli autori. «In aggiunta al danno per il paziente, le complicazioni più importanti aggiungono un costo sostanziale, che in passato è stato stimato in 11.500 dollari per paziente. Sono stati identificati metodi efficaci per ridurre le complicazioni chirurgiche, ma gli ospedali sono stati lenti nell’implementarli». Oggi questo ampio studio offre nuove conferme per una delle spiegazioni già da tempo avanzate dai ricercatori per comprendere questa lentezza: sia con il sistema di rimborso a giornata di ricovero sia con quello basato sui DRG l’adozione di pratiche virtuose sul piano clinico risulta penalizzante sul piano economico, almeno per i pazienti benestanti.

Costi ospedalieri fissi e variabili
Eappen e colleghi hanno valutato i costi ospedalieri fissi e variabili, e i ricavi, associati al verificarsi di una o più complicazioni di rilievo per nove procedure chirurgiche comuni, per quattro tipologie di relazione economica: assicurazione privata, Medicare, Medicaid e pagamento di tasca del paziente. Le dimissioni sono state catalogate in base alla procedura principale e alla presenza di una o più complicazioni postoperatorie (che hanno riguardato 1.820 pazienti su 35.256, pari al 5,3%). I costi ospedalieri, i ricavi e il contributo al margine – calcolato sottraendo ai ricavi i costi variabili – sono stati quindi confrontati in base alla frequenza delle complicanze e al tipo di pagamento, rilevando che nel caso delle assicurazioni private la presenza di complicanze comporta un enorme vantaggio economico (il contributo al margine passa da 17.000 dollari del paziente non complicato a ben 56.000 dollari). Questo «incentivo a rovescio» tocca anche i pazienti con la mutua Medicare, anche se scende a meno di 2.000 dollari. Per i pazienti paganti e per quelli coperti solo da Medicaid (la mutua pubblica cui ricorrono solo le fasce di popolazione più vulnerabili), invece, l’ospedale ha anche sul piano economico tutto l’interesse a ridurre il più possibile le complicanze, perché i rimborsi per i casi non complicati sono premianti. Un editoriale di commento, affidato a Uwe Reinhardt dell’Università di Princeton, sottolinea l’importanza di questi studi, ma invita a usare la massima cautela e il massimo scrupolo nell’introdurre e nel valutare gli incentivi di tipo finanziario in ambito clinico.

JAMA. 2013;309(15):1599-1606

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Categorie: Giovani Medici, varie | Tag: | Lascia un commento

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