I giovani medici italiani fanno rotta su Bruxelles

Bruxelles è tra le mete preferite dei giovani medici che fuggono dal nostro Paese in cerca di specializzazioni. Non è difficile incontrare, tra le strade della capitale belga studenti di medicina, specializzandi e medici provenienti dal nostro Paese. In Belgio i giovani medici si sentono finalmente trattati in modo paritario dai colleghi più anziani. E’ quello ripetono in tanti, è per questo che sono partiti: aspiranti pediatri, chirurghi generali, chirurghi urologi, anestesisti, ginecologi e l’elenco può sicuramente continuare.

Secondo i dati del Piano sanitario nazionale del 2012-2013 in Italia entro il 2018 mancheranno 22mila medici a causa del calo progressivo di laureati in medicina e dell’età media dei medici attuali che andranno in pensione.

All’Universitè Libre de Bruxelles (ULB) gli studenti italiani registrati ai master di specializzazione della facoltà di medicina erano trentaquattro nel 2012-2013 e quarantasei nel 2013-2014. Mentre nei master di medicina generale risultano iscritti nel 2012-2013 sei studenti italiani e sette nel 2013-2014, undici sono gli studenti dei master di medicina generale all’Universitè Catholique de Louvain (UCL). Le cifre non sono ancora eclatanti ma indicative di un trend in forte crescita.

L’Erasmus è stato per molti di loro all’origine di questa scelta, dopo aver visto loro colleghi compiere interventi chirurgici già a ventotto anni.

«A Bruxelles sei reso presto indipendente dal professore, devi esser in grado di far tutto, in Italia da studente o specializzando non puoi toccare nulla in ospedale» sostiene M.C., 31 anni, specializzanda in anestesia.

Troppa poca pratica è la critica principale mossa al sistema universitario italiano dagli specializzandi migranti, la preparazione teorica è buona ma si diventa autonomi tardi rispetto agli altri Paesi.

«Uno specializzando in chirurgia in Italia può capitare che entri in sala operatoria solo una volta al mese, come fa a fare pratica?» afferma Vincenzo Simonelli, 30 anni, specializzando in chirurgia generale.

Questo perché, a detta dei ragazzi italiani, raramente i grandi chirurghi nel nostro Paese investono il tempo a insegnare agli studenti «All’estero considerano parte dei loro compiti formare i colleghi più giovani. A trent’anni sei chirurgo, in Italia non prima dei quaranta. Io ora faccio quello che nel nostro Paese fa un chirurgo a trentasei anni» racconta Simone Albisinni, 27 anni, iscritto a chirurgia urologica.

Da noi anche i tempi per entrare in specializzazione sono sicuramente più lunghi e con criteri poco trasparenti: dipende dai professori, ma spesso i giovani medici devono aspettare due anni dopo essersi laureati, frequentando il reparto del proprio docente ma non solo per imparare. «In Italia si entra non solo per raccomandazione, ma anche in base al numero di servigi che fai al tuo professore» ribadisce Simone.

La maggior parte dei ragazzi ha scelto di proseguire medicina in Belgio. Qui trovano una formazione, secondo loro, più completa. Le critiche al sistema italiano sono soprattutto alla mancanza di meritocrazia, alle baronie e alle forme di nepotismo «io non critico che entri uno studente al posto di un altro in specializzazione, ma critico soprattutto che in sala operatoria con il professore spesso a operare sia il figlio del primario o qualcuno di conosciuto e raramente gli altri» commenta Ilaria Farella, ventisette anni specializzanda in pediatria.

«Se in Italia a questo punto legalizzassero la non meritocrazia e la rendessero trasparente –prosegue Ilaria- si eviterebbe a tanti studenti di prepararsi inutilmente per un esame le cui prove sono ancora troppo discrezionali».

In Belgio gli allievi lavorano in media per contratto sessanta ore, in Italia trentotto. Ogni specializzando è affidato a un reparto, mentre nel nostro Paese sono in tanti, a volte troppi nello stesso reparto per poter fare pratica. Lo stipendio non varia di molto considerato il costo della vita un po’ più elevato «Prendiamo di base milleottocento euro ma che possono raggiungere i duemila e i duemilacinquecento euro se lavori in una zona periferica. In realtà ad esser pagate di più sono le guardie di notte» spiega M.C.

E dopo la specializzazione? Alcuni vorrebbero tornare in Italia a lavorare, ma le difficoltà non mancano «Io voglio tornare, sono partito per acquisire conoscenze da riportare in Italia, ma le assunzioni, lo so, per ora sono bloccate» afferma Simone.

«Io sono contento qui, mi manca casa, la famiglia, ma sono soddisfatto del mio lavoro, tornare poi è difficile, chi riesce a farlo è chi ha comunque fatto qualche anno di specializzazione anche in Italia e ha mantenuto dei contatti. Chi prova a tornare molto spesso poi decide di ripartire di nuovo» conclude Vincenzo.

Fonte sole24ore

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Categorie: estero, Giovani Medici, medici, ordine medici milano, sanita' milano, varie | Tag: | Lascia un commento

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