“Bisturi in fuga”, anche i chirurghi emigrano

“Bisturi in fuga”, anche i chirurghi emigrano

 

Corcione, Presidente Eletto della SIC: «Emorragia progressiva che potrebbe uccidere la sanità italiana». Nel 2024 mancheranno i chirurghi nelle sale operatorie.

«Non è un paese per chirurghi» è l’esclamazione accorata di Francesco Corcione, Presidente Eletto della Sic, Società Italiana di Chirurgia a Congresso a Roma «ormai formiamo risorse che cercano fortuna all’estero. Una lenta ma inarrestabile emorragia che presto mostrerà i suoi effetti». In Italia nel 2010 il numero di assunti di ruolo in chirurgia generale ha coperto solo il 10% del fabbisogno e il 20% nella chirurgia specialistica. Situazione analoga nei reparti dove nel 2011 mancavano all’appello 8800 medici che secondo alcune stime diventeranno 22mila nel 2018 (*) e 34mila tra soli 10 anni (**). «Le ragioni sono molteplici, da quelle personali e professionali a quelle organizzative» prosegue il Presidente Corcione «Le scuole di non riescono a riempire i posti a disposizione: negli ultimi anni abbiamo assistito ad un calo di iscrizioni del 30%. Diventare chirurgo non è più un sogno per i giovani medici: un laureato in medicina tra specializzazione e precariato inizia a guadagnare ben 10 anni dopo i suoi “colleghi” in ingegneria o giurisprudenza. Negli Stati Uniti il percorso formativo è più breve: 4 anni per la laurea, 5 di internato e 2 di specializzazione per diventare ‘chief resident’ (ce la fa uno su 10). Nel frattempo il giovane studente americano alla fine dei 7 anni trascorsi “sul campo” ha eseguito circa 2000 interventi con una rotazione obbligatoria nelle vari specialità». Uno specializzando italiano alla fine del suo processo formativo ha lavorato su cartelle cliniche, e interventi minori e si avvia una vita da “precario”. Per tacere il fatto che talora gli specializzandi vengono utilizzati per supplire alla carenza del personale di ruolo, esponendoli a rischi professionali. Questo perché, spiega la Sic, vengono stipulati pochissimi contratti a tempo indeterminato (nel 2011 coprivano solo il 15% del fabbisogno) a causa di tagli, errate valutazioni del fabbisogno da parte delle Regioni e blocco dei contratti in quelle sottoposte al piano di rientro. Anche a livello economico i medici e i chirurghi italiani non trovano vantaggi rispetto ai sacrifici richiesti: in Italia uno specializzando guadagna la metà di uno inglese, 1750 euro contro 2500 sterline, il quale ha anche la prospettiva di crescita importanti negli anni successivi e un medico della carriera che opera in un ospedale pubblico guadagna tra i 100 e i 250 mila euro l’anno. Ricevere una denuncia nel corso della carriera è invece praticamente una certezza. Deve difendersi l’80% dei medici e 9 su 10 vengono assolti, il che dovrebbe suggerire che forse in Italia esiste una tendenza a tentare la denuncia nella speranza di un risarcimento. «Un quadro già critico, il ‘paziente SSN’ è già in terapia intensiva, ma a farne le spese è sempre l’utente finale: tra 10 anni e con quasi 30mila medici in meno il sistema non sarà più in grado di rispondere alla domanda di assistenza, limiterà l’accesso alle cure e allungherà esponenzialmente le liste d’attesa. Il risultato? Entro 10 anni assisteremo ad un progressivo peggioramento della salute dei cittadini il che alimenterà a discapito delle fasce più fragili e povere come le famiglie con bambini, gli anziani, i soggetti con malattie croniche, le persone con bisogni speciali” conclude il chirurgo. Di questo passo tra 10 anni non avremo più chirurghi formati ed esperti e saremo costretti ad assumere chirurghi provenienti da paesi dell’est o dei paesi in via di sviluppo con conseguenze facilmente immaginabili». E mentre gli uomini abbandonano il bisturi sul tavolo operatorio e prendono valigia e passaporto emerge un piccolo esercito di “chirurghi in rosa”: in 10 anni infatti, le donne iscritte alle scuole di specializzazione in chirurgia sono aumentate dall’8 (2001) al 50% (2010).

http://www.panoramasanita.it/?p=6164

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Categorie: Giovani Medici, medici, Sanita', sanita' milano | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su ““Bisturi in fuga”, anche i chirurghi emigrano

  1. Io mi chiedo se questa presunta carenza di vocazioni per il bisturi non dipenda soprattutto dalla carenza dell’offerta formativa durante gli anni di specializzazione. Un giovane medico con il sogno di diventare un vero chirurgo pianifica un’emigrazione all’estero post-laurea per avere una formazione adeguata. Ciò incide sicuramente sul ridotto numero di richieste per le scuole di specializzazione di area chirurgica. I docenti universitari dovrebbero fare un auto da fè importante per approdare alla concezione di dover formare specialisti capaci di sufficiente autonomia operativa.
    Chi va all’estero è solitamente, secondo me, più capace e motivato di chi si “accontenta” della formazione italiana. Una volta inseritosi in un sistema che sicuramente da maggiori garanzie economiche e di crescita difficilmente torna in Italia. Io ritengo che ciò sia un depauperamento di risorse umane lesivo per la qualità futura del Ssn.
    Qualcuno ha ancora a cuore la formazione dei giovani chirurghi in questo paese? Le società specialistiche dovrebbero vigilare sulla formazione e richiederne una standardizzazione su parametri internazionali. Spero che la nuova modalità d’ingresso in specializzazione possa stimolare un rinnovamento nella mentalità formativa: stavolta i docenti potrebbero ritrovarsi davanti soprattutto ragazzi che non hanno mai visto in vita loro e che richiederanno, dopo averla meritata, la migliore formazione possibile.

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