“La sanità italiana è la terza al mondo”. Ci crediamo veramente?

Di Andrea Silenzi
26 novembre 2014

Secondo un citatissimo studio di Bloomberg, pubblicato negli scorsi mesi e ripreso a intermittenza nel nostro Paese dalla stampa di settore e generalista, la sanità italiana è da podio: la terza al mondo. Nella classifica stilata dall’agenzia americana, infatti, rappresentiamo il top in Europa in termini efficienza e efficacia, addirittura siamo riusciti a migliorare il sesto posto dello scorso anno. A livello mondiale ci superano soltanto Singapore e Hong Kong. Male Germania e USA che non vanno oltre 23°e 44° posizione, malissimo la Russia relegata in ultima posizione.

Analizzando nel dettaglio lo studio scopriamo che gli indicatori utilizzati per elaborare la classifica sono stati 1) l’aspettativa di vita, 2) il costo del sistema sanitario in % sul Pil, 3) il costo del sistema sanitario pro-capite, 4) la variazione dell’aspettativa di vita rispetto al 2013 (in anni), 5) la variazione del costo della sanità pro capite, 6) la variazione del Pil pro-capite e 7) l’indice di inflazione.

Squillino le trombe, rullino i tamburi! Che sia uno dei pochissimi vanti tricolore in un momento storico caratterizzato da una crisi internazionale di cui si stenta a intravedere la fine, da una paralisi socio-politica interna e da un’austerity tanto imposta quanto sofferta?

Certamente classificare i sistemi sanitari in base all’efficienza (intesa come il raggiungimento dell’obiettivo prestabilito con il minor quantitativo possibile di risorse ovvero il raggiungimento dei più alti livelli di performance in relazione alle risorse disponibili) è un importante esercizio di tecnica, utilissimo agli addetti ai lavori per fotografare da una specifica angolatura la tenuta di un sistema complesso quanto quello sanitario, ma basta veramente per determinare chi meglio degli altri rispetta il diritto alla tutela della salute? E rapportare l’efficienza del sistema all’aspettativa di vita, e non a specifici esiti di salute, siamo sicuri valuti realmente i risultati di un sistema sanitario? Oppure c’è il rischio di un bias di analisi, ovvero di fotografare risultati “ereditati” frutto di condizione genetica e tradizioni culturali che solo in parte (forse) dipendono dalle azioni di politica sanitaria operate dalla nostra società?

Credo sia opportuno porsi una semplice domanda: quanto si discosta questa preziosissima medaglia di bronzo dalla realtà quotidiana vissuta dai cittadini e dai pazienti italiani negli ospedali e negli ambulatori territoriali di Trento, Firenze o Catania? Difficilmente un cittadino/paziente valuta l’assistenza sanitaria che riceve in base all’efficienza del sistema sanitario, è molto più incline a ricercare e valutare altri aspetti che rientrano nell’area della qualità, dell’appropriatezza, della sicurezza e della soddisfazione personale. E queste dimensioni possono essere misurate, certamente, ma nello studio di Bloomberg questo non è stato fatto.

Prendiamo il Rapporto Euro Health Consumer Index 2013 (EHCI) realizzato dall’Health Consumer Powerhouse attraverso l’analisi combinata di database pubblici e il coinvolgimento diretto delle associazioni di pazienti. In questo caso la sanità italiana esce con le ossa rotte da una valutazione fortemente condizionata dalla soddisfazione dei pazienti, soprattutto in prospettiva. Si attesta al ventesimo posto, infatti, con un punteggio di 651 punti su 1.000, appena dietro la Croazia, in una classifica guidata da Olanda, Svizzera, Islanda, Danimarca e Norvegia. Migliora leggermente la ventunesima posizione dello scorso anno ma evidenziando ampie sacche di mediocrità e malfunzionamento rispetto agli altri grandi Paesi dell’Unione Europea, con una particolare nota di demerito per l’assistenza agli anziani (link alla scheda in italiano).

Per la prima volta dal 2005, anno in cui iniziarono le rilevazioni, l’Euro Health Consumer Index ha rilevato quest’anno un gap sanitario sempre più marcato fra le parti d’Europa più ricche e finanziariamente stabili e le zone meno ricche e più colpite dalla crisi. Nel 2013, nella metà più alta dell’Indice non figura quasi nessun Paese a medio reddito.

A inizio autunno un altro importante studio di comparazione internazionale in materia di sanità è stato pubblicato: si tratta del Geographic Variations in Health Care dall’OCSE, pubblicato in collaborazione con il Ministero della Salute e Age.Na.S., caratterizzato dall’ambizioso sottotitolo “What Do We Know and What Can Be Done to Improve Health System Performance?”. Il report fornisce informazioni su 10 differenti pratiche/interventi di assistenza sanitaria all’interno di 13 Paesi, offrendo indicazioni sui possibili approcci da mettere in atto per migliorare i livelli di queste attività e affinché i governi incrementino gli sforzi per garantire servizi sanitari ottimali. In sintesi lo studio evidenzia come le prestazioni sanitarie a disposizione dei cittadini varino notevolmente a seconda della Nazione in cui essi vivono e, all’interno del singolo Paese, varino ancora a seconda della regione e addirittura  della provincia di appartenenza.

Cosa dice per l’Italia? Innanzi tutto che siamo da allarme rosso per il tasso di parti cesarei, indicatore principe per valutare l’appropriatezza delle prestazioni sanitarie. Primi in negativo e con grandissima eterogeneità a livello nazionale, rispetto al ricorso a questa procedura (da 664 tagli cesarei su 1.000 a Napoli, fino a 111 tagli cesarei su 1.000 a Crotone). Un’eterogeneità presente in molti altri ambiti della sanità italiana e riferita a molteplici procedure mediche, come dimostrato da più di un decennio dalle fotografie annuali del Rapporto Osservasalute che stanno evidenziando da tempo l’aumento delle disuguaglianze in salute nel nostro Paese (bastino a titolo di esempio queste sintesi dei rapporti del 2007 e del 2010).

E questo a discapito di un patrimonio genetico – culturale che ancora ci tutela (siamo l’unico Paese dell’Europa mediterranea che a discapito della crisi ha retto in termini di salute nonostante la posizione di fanalino di coda europeo in investimenti in prevenzione, ad esempio) ma che stiamo colpevolmente disperdendo non dando al diritto alla tutela della salute, agli interventi di Sanità Pubblica (intesa come lo sforzo organizzato della società per promuovere e tutelare la salute) e ad una seria discussione politica orientata a ristrutturare il nostro Servizio Sanitario Nazionale al fine di blindarne in principi di universalità, solidarietà ed equità di accesso, l’importanza che meriterebbero.

La crisi finanziaria rischia di aumentare rapidamente le disuguaglianze sociali in salute a livello internazionale e, ancora più grave, a livello nazionale tra regione e regione. Per evitare ciò è tempo di lavorare per integrare la salute in tutte le politiche, la sanità da sola non basta. Ma per poter evitare il naufragio è necessario accorgersi che la nave sta andando incontro alla tempesta perfetta. La nostra politica ha messo qualcuno di vedetta? 

È pertanto necessario entrare nell’ottica che maneggiare le classifiche in sanità è un po’ come utilizzare i filtri di Instagram: in relazione a quello che scegli modifichi strutturalmente la foto, valorizzando alcuni aspetti a discapito di altri. Una declinazione moderna di un famoso aforisma attribuito a Mark Twain: “le bugie si dividono in tre grandi gruppi: le piccole, le grandi e le statistiche!”.

Primo grande alert per costruire una #SanitàDiValore: maneggiare con cura le classifiche in sanità e non dimenticarsi mai di utilizzare i filtri dell’appropriatezza, della qualità e della accessibilità! 

http://www.glistatigenerali.com/medicina_qualita-della-vita_statistica/rotta-per-una-sanitadivalore-1-sfatare-i-miti-per-ripartire

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