Scuole di Specializzazione: Per la formazione «un doppio binario inaccettabile»

Lettera aperta ai Ministri Giannini e Lorenzin dei Direttori delle Scuole di Specializzazione di Area Medica sull’ipotesi di riforma del percorso formativo post-laurea.

«Sull’ipotesi di riforma del percorso formativo post-laurea la bozza in discussione prevede un inaccettabile “doppio binario”, con un accesso non chiaramente definito al percorso formativo, in difformità da quello attualmente previsto basato su un concorso di ammissione nazionale, e un percorso formativo parallelo, non adeguato, con l’inserimento in soprannumero nelle Scuole di medici inseriti in strutture del SSN con un ipotetico inquadramento precario non corrispondente al titolo di studio e volto a far fronte a carenze di organico sottocosto».
Una protesta vibrante, quella dei Direttori delle Scuole di Specializzazione di area medica, che rigettano con fermezza la proposta nel suo complesso, evidenziano con urgenza una riflessione su almeno tre aspetti:
1) L’attuale formazione degli Specialisti, in conformità con la riforma del 2005, prevede l’acquisizione di capacità professionali adeguate agli standard della formazione europea e il compiuto riconoscimento del titolo di specialista nell’ambito della Comunità Europea stessa. Quanto attualmente ventilato nella proposta di riforma potrebbe non rispondere a tali standard e non essere pertanto certificabile dai Consigli delle Scuole di Specializzazione.
2) La proposta di riforma introdurrebbe di fatto due categorie di specialisti: una categoria A che, dopo una procedura selettiva di accesso in ambito nazionale, ha completato un percorso specialistico definito dal Consiglio della Scuola, in linea con i dettami europei relativi agli aspetti teorici e pratici della formazione medica;
una categoria B, ammessa in sovrannumero alla Scuola di Specializzazione, con modalità di accesso poco chiare, proveniente direttamente da ruoli precari del SSR, e che accede alla sola didattica frontale in ambito universitario, mentre le attività professionalizzanti sono limitate unicamente alla frequenza della struttura di provenienza del Ssn.
3) I danni e la confusione conseguenti a tale riorganizzazione, che si andrebbero a sommare a quelli derivanti da una possibile riduzione della durata dei corsi di studio, potrebbero essere di portata drammatica per la qualità dei nostri futuri dirigenti medici. Inoltre, con elevata probabilità, gli specialisti della categoria A, nonostante gli sforzi e le risorse impegnate nella loro formazione, troverebbero enorme difficoltà nell’accedere a ruoli stabili nelle strutture del Ssn intanto occupati da figure la cui qualificazione non risponderebbe certo agli standard europei.
Di requisiti necessari e percorsi da definire parla con chiarezza Raffaele Calabrò. «Le scuole di specializzazione – dice – devono consentire a chi deve formarsi di lavorare nelle migliori strutture. Il coordinamento deve essere universitario e sotto la guida del Consiglio di Specializzazione; e all’interno della rete devono essere previste sia strutture ospedaliere che universitarie, purché con tutti i requisiti dovuti. Mi riferisco a “volumi ed esiti di attività”; questi devono essere requisiti imprescindibili». In riferimento ai lunghi tempi che oggi costituiscono l’intero percorso formativo, Calabrò evidenzia poi la necessità che gli studenti possano usufruire di «una sorta di tirocinio-lavoro presso le strutture sanitarie, in attesa di poter accedere alle scuole di specializzazione».
Non meraviglia che i Direttori delle Scuole di Specializzazione di area medica richiedano «il ritiro della bozza di riforma in vista di soluzioni condivise e sostenibili per la revisione dell’attuale percorso formativo post-laurea».
Tra coloro che si oppongono fermamente a questa nuova proposta c’è Luigi Califano, preside della facoltà di Medicina e Chirurgia, che spiega «il nostro paese dovrebbe avere come interesse quello di formare medici capaci.
Continuare a creare illusioni non fa bene a nessuno. Il doppio binario servirebbe solo ad aumentare la confusione, non si capisce poi quali criteri sarebbero adottati nella formazione degli specialisti. Non posso negare di essere abbastanza avvilito per le iniziative prese negli ultimi tempi da parte del ministero. C’è grande preoccupazione in tutti gli atenei campani e l’attenzione è massima».
«Il rischio concreto – spiegano Mario Delfino, professore di dermatologia della Federico II e consigliere segretario dell’Ordine dei Medici di Napoli e Maria Triassi, direttore del dipartimento di Sanità Pubblica della Federico II – è che si determini una grave discriminazione tra specialisti. Avremmo infatti, da un lato una formazione solo pratica, e dall’altro una formazione solo teorica. E naturalmente tutto questo andrebbe a scapito dei cittadini e dell’intera collettività. Affinché uno specialista possa dirsi tale è importante che possegga il saper fare e il sapere». «La formazione – incalza la professoressa Gabriella Fabbrocini, docente della Federico II e componente del Consiglio Superiore Sanità – non si può dividere tra parte teorica e parte pratica, i laureati devono essere formati tenendo presente entrambi gli aspetti. L’ente formatore dev’essere l’università, di concerto con alcune strutture del servizio sanitario. Ed è già così, la proposta che si sta facendo strada andrebbe a deperimento della qualità della formazione del medico del terzo millennio»

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