Riforma specializzandi, Lenzi: no a surrogati per carenze di personale nelle Asl

Con la riforma della formazione medica, secondo il ddl delega ex art.22 del Patto per la salute, i rettori temono che, su spinta delle Regioni, la formazione specialistica sarà fatta solo negli ospedali con l’obiettivo di andare a coprire i buchi di personale. «Lo specializzando non può essere il surrogato per le carenze di personale nelle Asl», spiega Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale, nonché presidente della V sezione del Css. A cambiare sarà anche il percorso per la formazione: gli specializzandi fanno già oggi pratica in corsia, ma principalmente nei Policlinici universitari, l’idea è però quella di estendere tale pratica anche negli ospedali del territorio, all’interno di specifiche convenzioni e con meccanismi di accreditamento rigorosi, con le Regioni che si sono dette pronte a finanziare borse di studio per gli specializzandi.

Presidente, che cosa non vi convince di questa proposta?
Noi abbiamo appena realizzato il riassetto complessivo di tutte le scuole di specializzazione in area sanitaria e quindi ci aspetteremmo che la platea dei fruitori aderisse a questo progetto e non che proponesse delle cose alternative. Se le regioni hanno disponibilità di risorse per aggiungere contratti di formazione, che li aggiungano allora su un percorso standard e non su strade alternative. Altrimenti è facile ritenere che la proposta sia quella di non formare degli specialisti ma, di avere delle persone che sostituiscano i medici mancanti nel ruolo sanitario. Inoltre c’è il grande dubbio, che qualcuno ha definito di incostituzionalità, dei due percorsi che potrebbe voler dire vedere giovani laureati che fanno il concorso e poi tutto l’iter formativo nelle corsie dei reparti della rete formativa delle scuole istituzionali e, altri invece, che entrano direttamente nel ruolo sanitario senza alcun concorso e nessun controllo sul suddetto percorso. Inoltre, chi entra direttamente nel sistema avrebbe il vantaggio di trovarsi già in un ruolo che poi potrebbe essere stabilizzato.  Ma tutti gli altri che fanno il percorso, diciamo, regolare cosa sono? Insomma, sembra un po’ Orwell: tutti gli specializzandi sono uguali ma qualcuno lo è di più degli altri?

Una forzatura, in sostanza?
In risposta alla crescente necessità di una sempre più forte professionalizzazione, nel nuovo ordinamento abbiamo aumentato fortemente la componente professionalizzante con sempre più ore nei raparti, sia universitari che della rete ospedaliera proposta dalle regioni e convenzionata ed accreditata dalla scuola, tanto da raggiungere a mio avviso una soluzione di equilibrio. Ormai infatti, è Storia della Medicina che tutte le volte che qualche sistema sanitario ha provato a mettere medici direttamente a imparare sul campo, poi alla fine ci si è pentiti. Hanno provato gli Stati Uniti, i paese dell’Est, il nord Europa ma hanno fatto tutti marcia indietro.

La bozza in questione sta avendo un iter troppo farraginoso?
L’Art. 22 del “Patto della salute” è un Disegno di Legge ancora in discussione. Nelle varie riunioni politiche sul tema, a cui hanno partecipato i ministri Giannini e Lorenzin, erano stati raggiunti accordi che poi sono stati nei fatti ritrattati. E’ forse per questo che sono un po’ tutti in disaccordo: i presidenti dei corsi di laurea di medicina, i presidi di medicina, i rettori e infine in Campania i vari direttori delle scuole di specializzazione che hanno perfino minacciato le dimissioni. Cosa già successa ad Alghero a settembre con i presidenti dei corsi di laurea, sulla questione dell’accesso senza numero programmato a medicina.

Rossella Gemma

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