Com’è cambiata la professione del medico

Come è cambiata la professione del medico negli ultimi decenni? Come si è trasformato nel tempo il rapporto tra medico e paziente, soprattutto negli ospedali? Un articolo apparso recentemente sul New England Journal of Medicine, di David I. Rosenthal e Abraham Verghese, induce a una riflessione sull’evoluzione (o involuzione?) del complesso legame tra medico e paziente

02 FEB – In un’epoca ormai passata il lavoro del medico ospedaliero, rilevano due medici internisti americani, David I. Rosenthal e Abraham Verghese, in un articolo apparso recentemente sul New England Journal of Medicine, veniva svolto principalmente al capezzale del letto del paziente, dove medici, assistenti e studenti si riunivano e si scambiavano impressioni e pareri. Il fulcro del rapporto medico-paziente risiedeva nel contatto umano, nella capacità del medico di esaminare un corpo anche attraverso i propri sensi, nella capacità della mano umana di toccare, diagnosticare, curare.

Si trattava di una sorta di rituale, un messaggio chiaro che i medici trasmettevano ai pazienti. Si creava facilmente l’opportunità di conoscere i degenti nel corso dei ricoveri e le cartelle cliniche erano fatte di carta, anche se erano spesso indecifrabili.

La medicina moderna ha portato con sé una sorta di rivoluzione; sono cambiati gli orari e le procedure e allo stesso modo si è trasformata la natura della professione del medico. Le cartelle cliniche non sono più affisse al letto del paziente ma, dimorando all’interno di un computer, sono costituite da una raccolta di dati, sequenze di menu a tendina e campi di testo.

L’avvento dell’era elettronica, che da una parte ha ridotto il tempo necessario per ottenere i risultati delle analisi o degli esami radiologici, dall’altra non ha aumentato il tempo trascorso con i pazienti.

Stime recenti indicano che medici e studenti di medicina spesso trascorrono più del 40-50% della propria giornata di fronte allo schermo di un computer per compilare documenti o esaminare cartelle cliniche; gran parte del restante tempo è utilizzato per coordinare, magari al telefono, le cure con altri specialisti, farmacisti, nutrizionisti, uffici di assistenza primaria, familiari, assistenti sociali, infermieri, ecc. Pochi di questi incontri si verificano di persona e, sempre più spesso, dati i vincoli di tempo, il medico non visita i pazienti insieme al suo team.

Oggi la classica visita è sovente sostituita da un briefing attorno a un computer, durante il quale si esaminano immagini su schermi, lastre, referti, numeri, dati. Il nuovo medico tecnologico è spesso ridotto a mero prescrittore, che a volte effettua visite telefoniche o che fa diagnosi online. In poche parole, è venuto a mancare il contatto fisico tra medico e paziente: nonostante la retorica sulla centralità del paziente, questo rischia in realtà di non essere più al centro del sistema.

L’attenzione del medico è dunque spesso deviata dalle vite, dai corpi e dalle anime delle persone affidate alle sue cure, al punto che la figura del medico focalizzato sullo schermo anziché sul paziente è ormai un cliché culturale. Allo stesso modo, l’assistito è quasi diventato un’icona del paziente in veste “binaria”; Verghese ha coniato una parola per questa rappresentazione digitale del paziente: l’iPatient.

Soprattutto negli Stati Uniti, l’intero sistema sanitario si basa su questa entità virtuale e fornisce incentivi per la sua creazione e il suo mantenimento; stando ai report sulla qualità degli ospedali negli USA, sembrerebbe che l’iPatient ottenga uniformemente ottime cure, ma le esperienze dei pazienti reali sono tutt’altra questione.

Anche le competenze apprese dagli studenti di medicina e dai medici di oggi non sono quelle tradizionali, necessarie per fare una buona anamnesi o per ricostruire la storia clinica del paziente, ma piuttosto quelle per apprendere l’arte di un buon esame bioptico, gestire documentazioni, accettazioni e dimissioni nell’era elettronica.

Lo stesso paziente si è ormai convinto che il suo corpo coincida con le immagini che si ottengono dalle tecnologie diagnostiche e dalle successioni di numeri generati dagli apparecchi usati per analizzare il  sangue. In questo modo pensa di tenere sotto controllo la propria salute sottoponendosi a prelievi, ecografie o risonanze magnetiche: si arriva a pensare che sia meglio avere a disposizione una buona radiografia piuttosto che un buon medico.

D’altra parte i medici sono sempre più insoddisfatti del proprio lavoro, spesso amareggiati per il troppo tempo utilizzato a trascrivere e tradurre informazioni da inserire in un computer e per il fatto che, in questo senso, il lavoro non si ferma mai. Lo studio RAND “Factors Affecting Physician Professional Satisfaction and Their Implications for Patient Care, Health Systems, and Health Policy”, commissionato nel 2013 dall’American Medical Association (AMA) ha analizzato il fenomeno in sei Stati americani, mettendo in evidenza l’effetto negativo prodotto dalla gestione informatica delle cartelle cliniche sul morale di molti medici.

Dallo studio sono emersi elevati livelli di stress tra i medici, in gran parte legati a un aumento di requisiti normativi, compiti amministrativi e adozione delle cartelle cliniche elettroniche. Secondo la survey, l’81% dei medici si era detto soddisfatto del proprio lavoro, ma il 47% lo aveva descritto come estremamente stressante e il 19% aveva parlato senza mezzi termini di burnout. Molti degli interpellati avevano sottolineato come il computer, invece di essere uno strumento di aiuto e semplificazione, sia in realtà diventato un ostacolo che toglie tempo alla cura dei pazienti.

Questi risultati sottolineano l’importanza di riflettere su ciò che la professione del medico era una volta, quello che è ora e quello che dovrebbe essere o rischia di diventare. Indipendentemente dal prestigio, nel passato quel lavoro è stato eseguito in condizioni e standard di qualità che sarebbero ora inaccettabili; oggi è praticato in un sistema sicuramente più sicuro ed efficiente, con risultati misurabili. Eppure, le aspettative sembrano in gran parte disattese.

Se il significato della professione del medico deve essere ripristinato, sono necessari cambiamenti piuttosto complessi a livello globale, a partire dal ristabilire un dialogo che includa chi opera in prima linea nel campo della medicina. Forse la più grande opportunità per migliorare la soddisfazione professionale dei medici nel breve periodo risiede nel ricostruire le procedure tradizionali e gli spazi fisici al fine di promuovere il genere di connessioni umane realmente utili: tra medici e pazienti, tra medici e medici, tra medici e infermieri.

Si dovrebbe tornare al rapporto diretto con i pazienti, dialogando con le loro famiglie e gli infermieri, ripensando l’interfaccia uomo-macchina e fondendo il paziente reale con l’iPatient.

La tecnologia certamente non può ristabilire la soddisfazione professionale dei medici; è necessario ricostruire il senso di lavoro di squadra, di comunità, rafforzando i legami che uniscono i medici come esseri umani e ripristinando alcuni rituali carichi di significato per medico e paziente. Le soluzioni non saranno semplici, dato che molti problemi sono intrappolati nell’alto costo delle cure sanitarie e negli ostacoli alle riforme dell’assistenza sanitaria.

Ma si può iniziare ricordando l’originale scopo dei medici: essere testimoni della sofferenza degli altri, dare conforto e offrire cura. Quello rimane il vero privilegio della professione medica, concludono i due autori.

Fonte: http://www.agenziafarmaco.gov.it

http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=47506

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Categorie: Sanita' | Tag: | Lascia un commento

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