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Milano, richiamo dell’Ordine ai medici: state attenti a come usate i social

Nel mirino l’uso di Facebook e Instagram. Già partito un corso per imparare la comunicazione. Il presidente dell’Ordine Rossi: “Abbiamo ricevuto segnalazioni di commenti poco consoni alla professione”

di ALESSANDRA CORICA

Selfie e video. Ma non solo. “Perché le segnalazioni che ci arrivano in merito a commenti, spesso esecrabili e fuori luogo, postati sui social network, sono sempre più frequenti”, dice il presidente, Roberto Carlo Rossi. Anche a Milano l’Ordine dei medici richiama i camici bianchi a fare attenzione, e ad evitare l’uso troppo “spensierato” dei social. Con foto e commenti postati “in libertà”, senza la consapevolezza “che Facebook o Instagram ormai non sono spazi privati. Ma vere e proprie piazze pubbliche, dove quello che il medico scrive e pubblica è a disposizione di tutti. Per questo, deve fare attenzione”, dice il presidente dell’Ordine. Che nelle scorse settimane ha lanciato una scuola di comunicazione indirizzata ai medici, con lezioni all’ospedale di Rho. Ai camici bianchi vengono spiegati sia i principi base da seguire, per avere una buona dialettica con i pazienti. Sia le modalità con cui devono essere usati strumenti delicati come i social, “nel rispetto dei principi etici e deontologici della professione”, dice Rossi.

Ricapitoliamo. Nei giorni scorsi la Federazione nazionale dell’ordine dei medici ha girato a tutti gli ordini provinciali – quello di Milano è, con i suoi 25mila iscritti, il secondo in Italia, dopo quello di Roma – una comunicazione stilata dal ministero della Salute. Che impone uno stop a selfie e video girati da medici e operatori in ospedale: una pratica sempre più frequente. E che spesso avviene in violazione di principi quali il rispetto per il paziente e l’etica professionale. “A Milano questo problema è meno sentito – ragiona Rossi – ma questo non vuol dire che non si debba fare attenzione. Oltretutto, abbiamo ricevuto diverse segnalazioni in merito a commenti poco consoni all’etica, scritti da colleghi e postati sui social. Si tratta di frasi sia contro altri colleghi, sia contro gli stessi pazienti: inaccettabili per chi fa il nostro lavoro. Sono numeri piccoli. Ma se fino a un paio d’anni fa le segnalazioni del genere erano una all’anno, adesso sono una ogni due mesi”. Di qui, il richiamo dell’ente affinché ci sia più attenzione sul tema. Pena, le possibili sanzioni: “Abbiamo sospeso un collega tempo fa a causa di un commento esecrabile che aveva postato online – spiega Rossi – . Proprio per questo, riteniamo importante investire nella comunicazione in sanità: è un tema sempre più di attualità”.

È in questa direzione, allora, che si muove il corso iniziato lo scorso 15 marzo, e in programma fino a novembre, a Rho, organizzato dall’Ordine insieme con l’ospedale, l’Associazione italiana giornalismo responsabile e la onlus Lampada di Aladino. Una vera e propria “scuola di comunicazione”

per i medici, con lezioni di tre ore ciascuna per spiegare ai camici bianchi come utilizzare il web e i social network, e poi come rapportarsi al paziente (e ai suoi familiari) soprattutto in momenti delicati e di fronte a tematiche complesse, come quelle del fine-vita. Obiettivo, creare un decalogo per gli operatori sanitari, con le regole fondamentali da seguire per far sì che il percorso di cura si sposi con una buona comunicazione, utile per far stare meglio il malato.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/04/16/news/milano_richiamo_ai_medici_attenti_a_come_usate_i_social-163098339/

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Medici al pc il triplo del tempo che con i pazienti, attività amministrativa prevale su assistenza diretta

Fonte: Doctor 33

Camici bianchi più spesso davanti al pc che davanti al paziente. Ciò vuol dire che nel corso di una giornata lavorativa, i medici stanno di media il triplo del tempo a sbrigare pratiche al computer rispetto al tempo faccia a faccia con i malati. I dati, per niente rassicuranti, emergono da un lavoro sugli Annals of Internal Medicine, condotto osservando specializzandi di medicina interna presso l’ospedale di Losanna. Predominano, insomma, le attività indirettamente legate alla cura dei pazienti. Sebbene il lavoro si concentri solo su medici giovani (esperienza clinica media di 3-5 anni), i risultati sono in accordo con i dati presenti in letteratura per i medici ospedalieri, spiega l’autrice del lavoro Nathalie Wenger. E la situazione non sarebbe migliore nel nostro Paese. «Credo che siano dati sovrapponibili anche alla situazione italiana», spiega Costantino Troise, segretario del sindacato Anaao Assomed, «ed è un problema comune a tutti i medici ospedalieri, non solo ai giovani», assicura. In effetti, oggi tante attività mediche (dalla cartella clinica alla ricetta elettroniche, etc) richiedono l’uso del pc, oltre che tutto il lavoro amministrativo da fare (discussione del budget, pianificazione del lavoro etc), tutte attività che inevitabilmente ‘rubano’ tempo per l’assistenza diretta al paziente. «E il dato è tanto più preoccupante – aggiunge Troise – per Paesi come l’Italia, per via della crescente carenza di medici, per cui ci sarà sempre meno tempo dedicato all’assistenza. Il tempo viene sottratto anche alla comunicazione con i parenti dei malati, e al prezioso processo di umanizzazione delle cure». Gli studiosi svizzeri hanno spiato la giornata lavorativa di 32 medici in un reparto di medicina interna. È emerso che i medici non riescono a finire il lavoro nel proprio turno e restano fuori orario perlopiù per compilare dati clinici elettronici. Metà della loro giornata è assorbita dal pc. «Credo che alla base di questa tendenza – spiega a DoctorNews33 il segretario della Cimo, Riccardo Cassi – ci sia anche una sempre maggiore esigenza di lasciare una certa tracciabilità nell’operato del medico. Per non parlare del fatto – aggiunge Cassi – che spesso i sistemi non si parlano tra loro e questo allunga i tempi e peggiora le performance».  E Cassi ipotizza anche la presenza di altre figure specializzate che possano aiutare e snellire il lavoro dei medici nell’espletare questi adempimenti. «Questo aiuterebbe di molto, perché farebbe in modo che i medici possano dedicarsi ai pazienti e alle loro cure».

Rossella Gemma

http://www.doctor33.it/politica-e-sanita/medici-al-pc-il-triplo-del-tempo-che-con-i-pazienti-attivita-amministrativa-prevale-su-assistenza-diretta/?xrtd=LXYARCXCPPTAPSPSVCSVALL

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Un Medico Oltremanica

in Italia spesso non c’è la volontà di creare una classe dirigente preparata e motivata professionalmente ed economicamente, ma solo la tendenza al mantenimento dello status quo – e l’appiattimento verso la mediocrità”: Felice D’Arco, 32enne medico specialista in radiologia, riassume così le sue considerazioni nei confronti della Penisola, dopo anni passati a viaggiare -professionalmente- per il mondo.

Felice studia Medicina a Napoli: “la mia esperienza universitaria non è stata molto positiva”, ricorda. Questo anche a causa della differenza riscontrata tra preparazione teorica e preparazione pratica. Dopo la laurea con il massimo dei voti opta per la specializzazione in Radiologia. “Concluso il primo anno e mezzo ho sentito l’esigenza di andarmene”, ricorda. La sua voglia di scoprire il mondo ha la meglio: grazie anche all’aiuto di un professore, si trasferisce per un periodo in Belgio.

In Italia Felice torna per i successivi due anni di specializzazione, nei quali unisce attività clinica e pubblicazione di articoli scientifici. Non perde però l’occasione di mettersi ancora alla prova, trasferendosi per un altro periodo formativo a Brescia, prima di fare domanda all’ospedale SickKids di Toronto. “Il colloquio lo feci via Skype (via Skype!!!), in uno dei più importanti ospedali pediatrici del mondo”, ricorda ancora oggi – incredulo. Ovviamente viene preso. A Toronto, oltre al mestiere, apprende due cose fondamentali: l’importanza di una selezione meritocratica, slegata da legami famigliari o di fidelizzazione. E l’esempio arabo: i Paesi del Golfo inviano i loro giovani medici a studiare all’estero, col successivo vincolo di tornare a casa, per arricchire gli ospedali locali, grazie alle tecniche apprese fuori.

Al termine della sua esperienza a Toronto, Felice torna in Europa. Non in Italia, però: attualmente lavora a Londra, con un contratto a tempo indeterminato.

Ospite della puntata è Martino Trapani, fondatore del Segretariato Italiano Giovani Medici. Con Martino facciamo il punto sulla colonia -sempre più nutrita- di giovani medici italiani all’estero.

Nella rubrica “Expats” spazio, come ogni fine mese, alle vostre lettere e riflessioni. Oggi ospitiamo quella di Maria Chiara. Che -in tema di ricerca- ci offre uno spunto molto positivo… sul restare in Italia.

ascolta la puntata registrata con il dott. martino trapani

PARTECIPA ALLO SPAZIO “INTERNACTIVE” DI GIOVANI TALENTI
La discussione di giugno: “Buoni propositi per l’estate: scriveteci un’idea per rendere l’Italia più attrattiva, il luogo dove essere, “the place to be”. Invito rivolto a chi medita di andarsene… e a chi invece vorrebbe tornare a vivere e lavorare qui!” Inviate le vostre riflessioni a: giovanitalenti@radio24.it

http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/giovani-talenti/puntate

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CONCORSO PER LA MEDICINA GENERALE

Sulla G.U. – serie IV Speciale Concorsi ed Esami n. 35, del 3 maggio 2016 – è stato pubblicato l’Avviso relativo all’avvenuta pubblicazione dei bandi regionali e provinciali per l’ammissione al concorso di formazione specifica in Medicina Generale – triennio 2019/2019  (All. n. 1). Ultimo giorno utile per l’invio delle domande 3 giugno 2016.

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NOVITÀ IN MATERIA FISCALE

Pubblichiamo alcune novità in campo fiscale, evidenziate dalla  consulente dell’ordine dei medici di milano, riguardanti il regime forfettario e la comunicazione annuale dell’IVA

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http://omceomi.it/news/dettaglio/2016/02/12/novit%C3%A0-in-materia-fiscale

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Emendamenti DL Stabilità 2016: tradite le aspettative di una necessaria valorizzazione delle Risorse Umane del settore sanitario.

<<Cancellate con un colpo di spugna le premesse per una credibile valorizzazione delle Risorse Umane del settore sanitario.>> E’ questo il commento laconico sull’ultima versione degli emendamenti alla Legge di Stabilità, che la Camera si accinge ad approvare in tema di Risorse Umane in sanità, dell’Associazione Italiana Medici (AIM).

Nei giorni scorsi, l’Associazione Italiana Medici (AIM) e l’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) hanno lanciato sul web una petizione a sostegno di un appello, rivolto al Presidente della Repubblica, al Governo ed al Parlamento, finalizzato a richiedere in sede di conversione del Disegno di Legge di Stabilità 2016 il reperimento di risorse, ovvero la rimozione dei vincoli di spesa alle Regioni, per lo sblocco dei concorsi in sanità, a fronte della proposta di stipula di un patto con i professionisti del sistema salute vincolato ad un progetto di vera riorganizzazione del SSN, a cominciare dalla valorizzazione dei professionisti.

Dopo l’annuncio iniziale del reperimento in Stabilità dei fondi necessari a colmare le lacune del Servizio Sanitario Nazionale attraverso assunzioni straordinarie tempestive, la riformulazione dell’emendamento annunciato da Governo e maggioranza appare avere più degli effetti cosmetici, ovverossia di procrastinare la risoluzione delle attuali criticità. Infatti, si fa riferimento alla possibilità di indire procedure concorsuali straordinarie entro il 31 dicembre 2016, che potrebbero essere concluse entro il 31 dicembre 2017, la qualcosa peraltro potrebbe offrire l’alibi ad alcune Regioni di non avviare concorsi già in cantiere; per di più, viene annunciata la possibilità di ricorso a “forme di lavoro flessibile”, a partire dal 1° gennaio 2016, anche queste soggette a possibili proroghe sino al 31 ottobre 2016, alimentando precariato su precariato. L’annunciato timing propedeutico alla pubblicazione di eventuali bandi di concorso appare poi quanto mai sospetto, se si pensa al fatto che, a partire dalla primavera prossima, si celebreranno alcune importanti scadenze elettorali amministrative.

E se ciò non bastasse, le continue proroghe rischiano di mettere a repentaglio nel tempo tutte le graduatorie dei concorsi a tempo indeterminato già espletati, in atto in regime di prorogatio sino al 31 Dicembre 2016, per effetto della Legge n.125/2013.  Resta, inoltre, privo di effetti e svuotato di significato il DPCM Salvaprecari, emanato nei mesi scorsi, che sta disattendendo le promesse di risolvere, seppur in parte, la ormai drammatica situazione dei precari della sanità.

Infine, salvo interventi straordinari da parte delle Regioni, rimarrebbero parimenti irrisolte le criticità connesse al rispetto delle disposizioni dell’Unione Europea in materia di articolazione dell’orario di lavoro, a maggior ragione laddove non si avrà il coraggio di provvedere ad una più efficiente allocazione delle risorse umane.

In questo contesto, oltre il danno la beffa: sembra infatti che alcune Aziende Sanitarie, al fine di evitare l’interruzione di pubblico servizio a fronte del blocco del tourn over e delle permanenti carenze di organico, continuino a reclutare professionisti in quiescenza attraverso il ricorso a forme di rapporto convenzionale nell’ambito della specialistica ambulatoriale, evenienza peraltro vietata dalla normativa vigente, oltre che attraverso rapporti di lavoro libero professionale ad ore. Tutto questo sempre a discapito delle nuove generazioni e dei precari in attesa di stabilizzazione.

E ad completare il quadro a dir poco sconfortante, giunge la notizia circa un probabile passo indietro imposto dal  Governo, anche qui dopo un tira e molla, sulla riformulazione del lodevole emendamento presentato da un gruppo di Parlamentari del PD, primo firmatario l’On. Filippo Crimì, ispirato dall’Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM) e finalizzato ad introdurre un sistema unificato, con graduatoria nazionale unica ovvero con due graduatorie nazionali parallele, per l’accesso alle scuole di specializzazione ed ai corsi di formazione specifica di medicina generale. L’emendamento in questione avrebbe avuto il merito, in un sol colpo, di semplificare ulteriormente il sistema di selezione per l’accesso alla formazione medica post lauream, sulla scorta del modello spagnolo e francese, uniformando gli standard organizzativi sul territorio nazionale ed abbattendo ogni forma di contenzioso sia per l’ingresso alle scuole di specializzazione che per l’accesso ai corsi di formazione specifica di medicina generale, prevedendo al contempo, con un ritardo quasi ventennale, un miglioramento sensibile della condizione dei corsisti di medicina generale, attraverso la ridefinizione a favore di questi ultimi della priorità per l’assegnazione delle sostituzioni di continuità assistenziale. Anche su questo fronte, purtroppo, sarebbe prevalsa la logica del procrastinare in avanti nel tempo ogni intervento; un posticipo che implicherebbe, realisticamente, uno slittamento di almeno due edizioni concorsuali di eventuali modifiche migliorative.

Unico aspetto degno di nota, e di questo ne diamo atto a Governo e Parlamento, dovrebbe essere rappresentato dalla conferma del rimpinguamento del capitolo di spesa della formazione specialistica, che permetterà di elevare a 6500 unità la dotazione di contratti di formazione specialistica.

<<Se dovesse essere confermate queste premesse di non governo della sanità italiana, con amarezza e delusione profonda, non resterebbe che prendere atto del prevalere della logica del compromesso a ribasso ed invitare tutti i medici ed i professionisti della sanità a fare le valigie ed a emigrare all’estero per operare in un contesto organizzativo che li metta nelle condizioni di “lavorare meglio” e di avere, quindi, i giusti riconoscimenti.>>

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Medici e nuovi orari: più riposo ma gli specialisti sono divisi

Scatta mercoledì la pausa obbligatoria tra due turni in corsia. Il dibattito: «Così saltano i trapianti», «Ma lo stress fa sbagliare». L’infettivologo Bruno: «Senza professionisti in più, le liste d’attesa per i malati si dilateranno»

di Simona Ravizza

 
«Altro che obbligo di riposo di 11 ore tra un turno e l’altro. Solo una settimana fa, tra sabato e domenica, due chirurghi della mia équipe hanno lavorato 18 ore di fila per salvare due vite umane. Così abbiamo potuto eseguire un doppio trapianto di fegato». Da dopodomani, con l’entrata in vigore della pausa obbligatoria imposta dall’Unione europea, tutto ciò non sarà più possibile: «Uno dei due interventi dovrebbe saltare». Luciano De Carlis, 61 anni, ha oltre millesettecento trapianti sulle spalle: la sua passione per il bisturi è nata quando da liceale ha sentito in tv la notizia del primo trapianto cardiaco della storia della medicina eseguito da Christian Barnard. A sua volta De Carlis può vantare primati importanti: è stato tra i primi chirurghi a fare il trapianto di fegato, poi a eseguirlo da un donatore vivente e, infine, tra i pochi al mondo, a realizzarlo da un donatore in arresto cardiaco. Primario all’ospedale Niguarda di Milano, il chirurgo è tranchant : «La professione del medico non può essere ridotta a una questione di contabilità oraria. Non è nel nostro Dna».

L’uomo che ha portato il diritto al riposo

A neppure nove chilometri di distanza, nei padiglioni del Policlinico, alle 8.30 del mattino di venerdì entra in servizio un altro medico, Sergio Costantino, cardiologo, anche lui 61 enne: è l’uomo che ha portato il diritto al riposo nelle corsie italiane. «Mi sono messo a studiare le norme in materia all’inizio degli anni Duemila, in un momento nel quale il peso dei turni per me era insostenibile – spiega -. Così ho scoperto la direttiva europea 93/104. Ma per farla applicare ci sono voluti 15 anni di lotte». Costantino si è districato tra leggi, contratti di lavoro e sentenze, mosso da un’unica convinzione: «Come documenta il New England Journal of Medicine , la mancanza di sonno dovuta a turni lavorativi prolungati è il tallone d’Achille della professione medica». Gli studi dimostrano che «il 30 per cento degli errori evitabili avviene nelle ore di fine turno di notte».

 

Chi curerà i pazienti, mentre i dottori si riposeranno?

L’ultima battaglia che divide gli 80 mila medici ospedalieri è, insomma, l’orario di lavoro. L’Italia è uno degli ultimi Paesi ad allinearsi all’obbligo di riposo di 11 ore: gli ospedali che non lo rispetteranno, rischieranno sanzioni che possono superare i 50 mila euro. Ma i reparti, colpiti dalle spending review degli ultimi anni, hanno già un numero di medici ridotto all’osso. E, in futuro, potrebbe andare anche peggio, tanto che tra 10 anni potrebbero mancare all’appello 15 mila specialisti. Senza nuove assunzioni – e il sindacato ospedaliero Anaao ne chiede subito almeno cinquemila – chi curerà i pazienti, mentre i dottori si riposeranno? «Bisogna fare i conti con la realtà – dice Raffaele Bruno, primario di Infettivologia al Policlinico San Matteo di Pavia -. Oggi come oggi uno dei turni ospedalieri più frequenti è il mattino-notte (dalle 8.30 alle 14.30, per rimontare alle 20.30, fino all’alba del giorno dopo) e, in molti casi, non c’è neppure una pausa di riposo tra il lavoro notturno e l’inizio del turno mattutino. Ora non sarà più possibile. E, senza medici in più, le liste d’attesa per i malati si allungheranno». Il mago dei trapianti del Sant’Orsola Malpighi di Bologna, Antonio Daniele Pinna, non usa giri di parole: «La conseguenza è che salteranno visite e operazioni».

Turni troppo pesanti

Il lavoro no-stop però può diventare insopportabile: «Capita di lavorare dalle 8 del mattino alle 7 di sera – racconta Chiara Rivetti, medico di Pronto soccorso a Chieri (Torino) -. Poi di andare a casa per un paio d’ore e di riprendere, con la reperibilità, dalle 9 di sera fino a dopo mezzanotte. E il mattino alle 8 bisogna ritornare in corsia». Non mancano i risvolti sindacali: «Il pericolo di sfruttamento – sottolinea Martino Trapani, presidente Commissione Giovani Medici di Milano – non può essere sottovalutato: va rivisto il reale fabbisogno di medici». Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si sta battendo per lo sblocco del turn over e per la stabilizzazione dei precari. La partita si giocherà durante l’approvazione della legge di Stabilità.

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Cassazione, il medico è colpevole se viola le linee guida

Responsabilità medica: non basta affermare che non è provato il nesso di causalità per assolvere il medico se ha violato le linee guida.

In mancanza di un giudizio controfattuale in relazione al complessivo quadro clinico, il giudice non potrà assolvere il medico che ha violato il protocollo prescritto dimettendo il paziente affetto da grave patologia cardiaca senza aver effettuato ulteriori esami, causandone così il successivo decesso per infarto. 

Queste le conclusioni che la Corte di Cassazione, IV sezione penale, ha adottato con la sentenza n. 35528/2015, originata dal ricorso proposto dagli eredi di un uomo morto d’infarto dopo essere stato dimesso dall’ospedale dal responsabile del Pronto Soccorso.

Il medico veniva condannato per omicidio colposo dal Tribunale di Modica poiché colpevole di aver effettuato sul paziente, ricoverato per dolore toracico, solo un elettrocardiogramma, disponendone la successiva dimissione. 

L’imputato, secondo le disposizioni del protocollo d’urgenza  delle associazioni mediche, avrebbe dovuto tenere il paziente in osservazione al fine di effettuare ulteriori accertamenti.  

Affetto da una grave malattia cardiaca, l’uomo moriva il giorno successivo all’atto di un secondo ricovero. 

Le conclusioni, a cui giungono i giudici di prime cure, è che l’osservazione del prescritto protocollo avrebbe avuto elevate possibilità di evitare il decesso per insufficienza cardio-respiratoria, come emerso dalle risultanze peritali. Di qui il verdetto di condanna.

Di tutt’altro avviso i giudici d’appello, che assolvevano l’uomo rilevando la mancata dimostrazione del nesso causale tra condotta omissiva ed evento. Ma secondo gli Ermellini la sentenza d’appello è da rifare.

La Corte territoriale, nell’escludere l’addebito di responsabilità avrebbe “omesso un adeguato approfondimento riguardo alla successione dei tempi di decorso della malattia e alle modalità dell’operato del sanitario” necessario per poter verificare, con elevato grado di credibilità razionale ed escludendo decorsi causali alternativi, se, tenendo la condotta omessa, l’evento non si sarebbe verificato o sarebbe avvenuto con minore intensità lesiva o comunque molto tempo dopo.

Mancherebbe, in sostanza, “un giudizio controfattuale in relazione al complessivo quadro clinico, anche prescindendo dall’ipotesi dell’infarto alternativa a quella dell’aritmia ventricolare maligna e tenendo presente quest’ultima, al fine di verificare se anche in presenza di tale patologia l’adesione alle prescrizioni delle linee guida avrebbe consentito di monitorare la complessiva situazione clinica del paziente e di intervenire tempestivamente in senso risolutivo“. 

Un giudizio controfattuale che, per i giudici di legittimità, s’imponeva in ragione della doverosità della condotta omessa, che pacificamente rientrava nelle linee guida accreditate presso la comunità scientifica in quanto idonee per il medico, a seguito del ricovero e degli specifici accertamenti suggeriti, di effettuare una diagnosi differenziale e di intervenire in modo adeguato ed eventualmente risolutivo in relazione alla patologia assunta quale causa del decesso. 

La sentenza d’appello risulta pertanto carente e illogica, soprattutto considerando l’obbligo di motivazione rafforzata che grava sul giudice d’appello che riforma integralmente la sentenza di primo grado, e va dunque annullata con rinvio al giudice civile competente.

Fonte: studio cataldi

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LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DELLA PUBBLICITÀ SANITARIA

Per cercare di chiarire l’annoso problema della pubblicità in ambito sanitario, Omceomi ha richiesto un parere pro veritate che valutasse nel complesso le questioni giuridiche in ordine alla compatibilità della normativa nazionale con la Costituzione. Le considerazioni conclusive di questa analisi dettagliata sono state che la possibilità per i sanitari di effettuare pubblicità commerciale/promozionale (da distinguersi rispetto a quella informativa) pare porsi in conflitto con la tutela della salute discendente dall’art. 32 della Costituzione Italiana mentre viene ribadito che la pubblicità sanitaria di carattere informativo deve soggiacere a precisi criteri quali, per esempio, la trasparenza e la veridicità. La questione di costituzionalità non sembra poter essere direttamente proposta dall’Ordine dinnanzi alla Corte Costituzionale, ma deve essere sollevata in seno a un giudizio che abbia come oggetto l’applicabilità della norma della cui costituzionalità si dubita: sarà quindi il giudice a sospendere il giudizio e a rinviare la questione alla Corte competente perché si pronunci sulla costituzionalità della legge. Infine gli autori del documento hanno espresso parere favorevole in merito alla possibilità da parte dell’Ordine di proporre un intervento ad adiuvandum nel giudizio di appello introdotto dalla FNOMCEO avverso la sentenza del TAR Roma n. 4943/2015, per l’annullamento della sanzione comminata alla Federazione dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Parere pro-veritate

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Vademecum Medico Legale

Ognuno di noi sarà giunto a conoscenza, per esperienza diretta o per conoscenza di fatti accaduti a colleghi, di circostanze in cui la decisione terapeutica che si ritiene opportuno intraprendere possa confliggere, da un lato,con la volontà del paziente, o, dall’altro lato, con i riferimenti normativi. Cosa fare in questi casi? Come comportarsi senza entrare in contrasto con l’Autorità Giudiziaria e venir meno al proprio senso etico e al giuramento di Ippocrate?

Cari Colleghi,
Come ben sapete, il rapporto medico-paziente, presupposto del nostro agire, si è evoluto nel tempo, passando da una concezione di tipo “paternalistico” ad un rapporto pressoché paritetico. In parallelo, la giurisprudenza ha studiato e approfondito la questione, definendo il perimetro entro il quale questo “dualismo” può muoversi.
Ognuno di noi sarà giunto a conoscenza, per esperienza diretta o per conoscenza di fatti accaduti a colleghi, di circostanze in cui la decisione terapeutica che si ritiene opportuno intraprendere possa confliggere, da un lato, con la volontà del paziente, o, dall’altro lato, con i riferimenti normativi. Cosa fare in questi casi? Come comportarsi senza entrare in contrasto con l’Autorità Giudiziaria e venir meno al proprio senso etico e al giuramento di Ippocrate?
Si pensi, ad esempio, al caso del paziente Testimone di Geova, che, affetto da una grave forma di leucemia, non voglia ricorrere ad una trasfusione ematica. Seguendo la volontà del paziente, non dovrebbe essere trasfuso, atteggiamento che, di fatto, ne causerebbe la morte. Cosa fare? E se dovesse subentrare il cosiddetto “stato di necessità?”.
Oppure, come comportarsi nel caso della minore di anni 18, gravida e magari priva di permesso di soggiorno, che si presenta in Pronto Soccorso in travaglio di parto? E’ sufficiente il consenso informato della minore per poter effettuare, nell’alveo dei riferimento di legge, i trattamenti sanitari necessari? O è necessario segnalare il caso all’attenzione del Tribunale dei Minori?
Innanzi a queste ed altre problematiche di cogente interesse per noi tutti, professionisti dell’ambito medico, abbiamo deciso di scrivervi, per tentare di dare una concreta risposta ai vostri dubbi.
Vi chiediamo di ripensare a situazioni analoghe a quelle poco sopra accennate e vissute, in maniera diretta o riferita da vostri colleghi, la cui gestione pratica abbia comportato indecisioni e perplessità di carattere medico-legale, comportamentale e deontologico.
Trasmettetecele all’indirizzo di posta elettronica stampa@omceomi.it  e avendo a riferimento i casi pratici da voi proposti, realizzeremo una guida promossa dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano e Provincia, una sorta di “vademecum” agile e snello, da poter consultare in caso di necessità per risolvere casi in cui l’aspetto clinico e terapeutico deve, necessariamente, fare i conti sia con i riferimenti di legge, sia con le criticità di ogni singolo caso.
Iniziativa promossa dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano e Provincia

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“C’è un medico a bordo?” In una review del NEJM tutto quello che può capitare a un medico in aereo

Se durante un viaggio aereo, un passeggero si sente male, i medici che viaggiano a bordo devono intervenire con misure di primo soccorso e possono chiedere al comandante di procedere ad un atterraggio di emergenza. Questo vademecum pubblicato in una review del NEJM può essere di aiuto.

P.S. Non solo i medici, tutti possono dare un contributo determinante.

Clicca nell’immagine sotto peril video NEJM “Epidemiology of in flight medical emergencies”

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In-Flight Medical Emergencies during Commercial Travel

Il New England Journal of Medicine dedica questa settimana un articolo (leggi qui) molto circostanziato al tema delle emergenze mediche a bordo di un volo commerciale, che secondo un recente studio si verificano su un volo ogni 604. Si tratta, ammettono gli autori, probabilmente di un dato sottostimato, in quanto gli interventi medici non complessi, non vengono comunicati alle torri di controllo e dunque non sono registrati da alcuna statistica.

Il vero problema però non sta tanto nell’attrezzatura disponibile a bordo, quanto nella presenza di qualche addetto ai lavori in grado di utilizzarla, e questo non è affatto scontato. Molte linee aeree, in caso di emergenza e in assenza di un medico, contattano dei servizi medici di emergenza a terra per ricevere istruzioni e la FAA rende obbligatorio che tutto il personale di bordo segua dei corsi di rianimazione cardiopolmonare un anno si e un anno no, e che sia addestrato all’utilizzo del defibrillatore.
C’è poi il problema della responsabilità medico-legale di un atto medico praticato a bordo di un aereo; qui la questione si fa assai spinosa e complessa perché il mondo, su questo punto, non la pensa allo stesso modo. Così, mentre per un australiano o un medico europeo è fatto obbligo di prestare soccorso in caso di emergenza, questa regola non vale per un medico americano, che viaggi a bordo di un aereo stelle e strisce. Un atto medico inoltre instaura una relazione medico-paziente, con tutto ciò che ne consegue in termini di responsabilità, anche quella normata in maniera diversa, nei vari Paesi. E un medico americano, sempre alle prese con assicurazioni ed avvocati, potrebbe non essere così invogliato ad intervenire in situazioni che gli si potrebbero ritorcere contro in termini di compensation.

Ed è forse anche per questo, che nel 1998 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato la Aviation Medical Assistance Act (AMAA), che protegge i medici che rispondono all’appello del personale di bordo in caso di emergenza, da questioni di responsabilità legale, incoraggiandoli in questo modo ad intervenire. Nessuna protezione naturalmente in caso di comportamento ‘grossolanamente negligente’, quale quello ad esempio di un medico che presta soccorso in evidente stato di ebbrezza alcolica, per i troppi bicchieri di vino consumati a bordo. E naturalmente l’ombrello protettivo dell’AMAA si apre solo in caso di prestazioni erogate in regime di gratuità totale. Al termine della prestazione, il medico è tenuto inoltre a scrivere un breve rapporto, su modulo fornito dalla compagnia aerea.

In caso di reale e indifferibile emergenza (in genere cardiaca, neurologica o respiratoria), il medico può chiedere al comandante dell’aereo di fare un atterraggio d’emergenza per trasportare il paziente nell’ospedale più vicino. Ma la decisione finale spetta solo al comandante, che deve tenere in considerazione una serie di fattori, dalla disponibilità di carburante, ai costi, alla capacità di atterrare nell’aeroporto più vicino.

La review del New England sulle più frequenti emergenze a bordo.In caso di emergenze mediche a bordo di un aereo, queste sono le istruzioni per l’uso date da una serie di esperti in medicina d’emergenza di alcune università americane (Università di Washington, Università del Maryland, Università della Virginia), autori della review pubblicata sul New England.

Arresto cardiaco: è un’evenienza rara che statisticamente rappresenta solo lo 0,3% di tutte le emergenze, ma che da sola rappresenta l’86% delle cause di decesso in volo. In un’evenienza del genere i problemi cominciano dalla mancanza di spazio dove posizionare adeguatamente il paziente, dalla scarsità di strumenti e di personale in grado di intervenire. Gli unici interventi di qualche possibile utilità sono dunque riconoscere la situazione, esercitare la rianimazione cardiopolmonare con il massaggio cardiaco e utilizzare il defibrillatore. Di fronte ad un paziente rianimato, bisognerebbe quindi dirottare l’aereo verso l’ospedale più vicino. Al contrario, nella sfortuna evenienza che nulla accada dopo 20-30 minuti di tentativi, il medico è autorizzato a desistere dalle manovre rianimatorie. Solo il medico può diagnosticare il decesso a bordo di un aereo.

Sindromi coronariche acute (SCA). Rappresentano l’8% delle emergenze in aereo. Possono manifestarsi con sincope o presincope (37% dei casi), sintomi respiratori (12%), arresto cardiaco (0,3%). In un caso del genere, il medico volontario può essere guidato verso la diagnosi solo dalla storia del paziente e dall’esame obiettivo. Una responsabilità non da poco in questo caso, chiedere al pilota di fare un atterraggio d’emergenza, solo sulla base di sintomi quali dolore toracico, nausea, vomito, sudorazione algida, dispnea. L’unico atto medico che si può praticare di fronte ad una sospetta SCA a bordo di un aereo è somministrare dell’aspirina, a meno che naturalmente il paziente non sia allergico o abbia un’emorragia in atto.

Gli autori dell’articolo sconsigliano invece la somministrazione di nitroglicerina sublinguale che può provocare ipotensione, fino allo shock, nel caso di un infarto STEMI inferiore (non diagnosticabile a bordo di un aereo). Raccomandabile invece prendere un accesso venoso per somministrare una piccola quantità di liquidi, in caso di ipotensione e somministrare ossigeno. Il medico può anche richiedere al pilota di scendere ad una quota più bassa per migliorare l’ossigenazione (le cabine aeree sono pressurizzate all’equivalente di un’altezza di 1.800-2.400 metri, dove la pressione parziale arteriosa di ossigeno si aggira sui 60 mmHg, mentre a livello del mare è di 75-100 mmHg), anche se questo porterà a consumare più carburante.
Seppure non si opti per un atterraggio di emergenza, di fronte ad un sospetto di SCA è opportuno che all’atterraggio il paziente venga immediatamente prelevato da un’ambulanza e trasportato al pronto soccorso più vicino.

Ictus. Si può presentare in molti modi, rappresenta il 2% di tutte le emergenze in volo e va sempre sospettato di fronte all’improvvisa comparsa di sintomi neurologici. Sebbene non sia facile effettuare un esame obiettivo neurologico completo nelle ristrettezza dei sedili o del corridoio di un aereo, andrebbe comunque ricercata la presenza di deficit neurologici focali.
Anche in questo caso, non c’è molto che si possa fare in volo, se non somministrare un po’ d’ossigeno. No all’aspirina in questo caso, finché non sia possibile appurare la natura, ischemica o emorragica, dell’ictus. E questo ovviamente è possibile solo con una TAC.
Quello che invece va sempre fatto è controllare la glicemia da sangue capillare, perché una grave crisi ipoglicemica può presentarsi con i sintomi di un ictus. Qualora il kit di emergenza dell’aereo non preveda un glucometro, si può sempre chiedere se qualche passeggero ne abbia uno da prestare. Ma attenzione alla pulizia del device e al rischio di trasmissione di infezioni attraverso il sangue.
Infine, se il medico è proprio convinto di trovarsi di fronte ad un ictus, potrà chiedere al pilota di fare un atterraggio di emergenza.

Alterazioni dello stato di coscienza. Sono una miriade e possono anch’esse rappresentare un’emergenza medica a bordo. Crisi convulsive e stato post-critico rappresentano il 5,8% di tutte le emergenze in volo; le complicanze derivate dal diabete un altro 1,6%. Le diagnosi differenziali che il medico deve considerare sono veramente molte e vanno dalle alterazioni metaboliche, alle complicanze vascolari, alle infezioni, ai traumi, all’ipossiemia solo per citarne alcune.
Il viaggio aereo di per sé può esacerbare una condizione neurologica; è il caso ad esempio della soglia convulsiva, che si abbassa a causa dell’ipossiemia durante il volo in quota di crociera e per le alterazioni nel ritmo circadiano del passeggero. Va sempre controllata la glicemia e corretta in caso di riscontro di crisi ipoglicemica (con bustine di zucchero o glucosata per via endovenosa). Somministrare ossigeno e chiedere al pilota di scendere di quota rappresentano altre misure utili.

Sincope. Sincopi e presincopi fanno la parte del leone tra le emergenze mediche (37,4%). Possono dipendere dalla disidratazione, dalla scarsa ossigenazione, ma anche dalla stanchezza e da un’alimentazione alterata, soprattutto nei voli di lunga durata. Il medico dovrà controllare pressione arteriosa e frequenza cardiaca. Il malessere si risolve in genere semplicemente sdraiando a terra il paziente e sollevandogli le gambe; ma a volte può essere necessario ricorrere alla somministrazione di liquidi endovena. Anche in questo caso va controllata la glicemia. Se i sintomi persistono e il passeggero ha una storia di cardiopatia, questo dovrebbe far propendere per un atterraggio d’emergenza.

Traumi. Non sono rari a bordo, soprattutto in occasione di un vuoto d’aria. Si tratta spesso di contusioni, molto più raramente di fratture (agli arti inferiori per lo più), traumi cranici, ferite. Non sono quasi mai letali, ma il medico le deve contestualizzare nelle condizioni generali del paziente (età, terapie in corso, uso di anticoagulanti, patologie concomitanti). Come primo intervento, ghiaccio, anestetici e immobilizzazione dell’arto con la sospetta frattura, in posizione di scarico. Chi ha subito un trauma cranico va tenuto sotto osservazione e in caso di comparsa di sintomi d’allarme, andrà richiesto un atterraggio d’emergenza.

Dispnea. La ridotta ossigenazione presente in cabina, può esporre i passeggeri al rischio di una riacutizzazione di una patologia respiratoria (es. BPCO o pazienti con ipertensione polmonare). Le crisi respiratorie rappresentano il 12% di tutte le emergenze in aereo. Il medico chiamato ad assistere il passeggero con questa emergenza dovrà innanzitutto somministrare ossigeno (un passeggero con una saturazione di ossigeno pari al 92% a livello del mare dovrebbe in realtà già portare con sé la sua bombola portatile, previ accordi con la compagnia aerea). Nel kit di pronto soccorso dell’aereo è presente l’albuterolo da somministrare per via inalatoria in caso di broncospasmo. Nell’eventualità di un sospetto pneumotorace in un paziente instabile, il medico dovrebbe effettuare la decompressione inserendo un grosso ago, presente nel kit di pronto soccorso dell’aereo. Utile anche far scendere di quota l’aereo.

Infezioni acute.Nel sospetto di un paziente a bordo con una malattia potenzialmente contagiosa, questo deve essere isolato, allontanato dagli altri passeggeri e gli andrebbe impedito di muoversi per la cabina. Vanno inoltre avvertite le autorità aeroportuali e il personale di cabina nell’eventualità debba essere organizzata una quarantena.

Emergenze psichiatriche.Rappresentano il 3,5% elle emergenze aeree. Possono essere scatenate da procedure d’imbarco o di security troppo lunghe, dal ritardo del volo, dalla scomodità del posto a sedere, dal consumo di alcol. Un passeggero agitato rappresenta un vero problema a bordo e pone gravi problemi di sicurezza. Nel kit di pronto soccorso a bordo non ci sono sedativi. Può dunque essere necessario ricorrere a misure di contenzione fisica, se non si riesce a calmare il passeggero. Anche in questo caso è bene inoltre controllare la glicemia.

Maria Rita Montebelli (leggi tutto su QuotidianoSanità)

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L’Università nella formazione delle Cure Primarie e della Medicina Generale

Maria Angela Becchi

La specializzazione di Medicina di Comunità e delle Cure Primarie ha la potenzialità di realizzare anche in Italia quella realtà professionale comune a tutti i paesi europei, rappresentata dalla specializzazione di Medicina Generale. Allora, se la Medicina di Comunità accademica viene intesa nel significato di Community and Family Medicine e fornisce competenze per un approccio globale ed integrato a paziente e famiglia, perché non pensare alla evoluzione della Specializzazione di Medicina di Comunità e Cure Primarie in Specializzazione di Medicina Generale e Cure Primarie?


Premesse

I recenti post di Saluteinternzionale.info Ripensare la formazione medica (13.04.2015),  Il futuro dell cure primarie (27.04.2015), mi suggeriscono di intervenire per ampliare il dibattito culturale sullo sviluppo in Italia delle Cure Primarie e sul ruolo della Università nella Formazione di medici in grado di rispondere ai bisogni di Salute Globale della popolazione.

Prima di entrare nei dettagli della Formazione, è necessario chiarire il significato di due termini storici, introdotti in tempi abbastanza recenti nel nostro lessico sanitario, che hanno portato ad interpretazioni fuorvianti, con ricadute negative sulla Formazione.

Il primo termine è Cure Primarie”, impropria traduzione di Primary Health Care (World Health Organization-WHO, 1978)[1]. Impropria perché al termine “care” è stato attribuito il solo significato di “cura”, mentre “primary care” è da intendersi come livello assistenziale comprensivo di “care + cure”, facendo riferimento alla concetto di salute multidimensionale della WHO. Le Cure Primarie sono oggi concepite da molti come interventi solo sanitari, legati alle prestazioni del medico di medicina generale (MMG), che delle Cure Primarie è parte importante, ma non unica. La traduzione corretta è invece “assistenza socio-sanitaria primaria” basata su interventi di cura e assistenza alla persona, erogati da medici e professioni sanitarie.

Il secondo termine è “Approccio bio-psico-sociale” (Engel, 1977)[2]. Questo approccio pone l’individuo al centro di un sistema influenzato da molteplici variabili. Per comprendere e risolvere i problemi multidimensionali di salute, il medico deve occuparsi non solo di funzioni e organi (modello bio-medico), ma deve rivolgere la attenzione agli aspetti psicologici, sociali, familiari dell’individuo, fra loro interagenti ed in grado di influenzare la salute globale. L’approccio bio-psico-sociale è da molti ritenuto un concetto teorico, riguardante le scienze sociali ed umanistiche e quindi non utile nella Formazione medica. Al contrario il termine attiene ad un modello pratico, realizzabile grazie a metodi e strumenti scientifici divulgati dalla WHO, che devono essere conosciuti da tutte le professioni sanitarie e sociali e quindi anche dal medico.

Chiarito ciò possiamo affermare che la salute Globale richiede la realizzazione di:

  1. un Sistema Sanitario basato sulla Primary Health Care (PHC) e sostenuto dalla assistenza ospedaliera di primo e secondo livello
  2. un approccio bio-psico-sociale che garantisce la risposta ai bisogni multidimensionali di salute, centrata su paziente e famiglia
  3. cambiamenti di paradigma sia nella organizzazione dei servizi sia nel modello di approccio alla persona e quindi anche della Formazione professionale.

Se i Servizi di Cure Primarie sono in via di sviluppo in tutte le Regioni, non altrettanto può dirsi della Formazione medica. Questo ritardo risente della inerzia delle Facoltà di Medicina che, in base al principio della autonomia degli Atenei, hanno fino ad ora sviluppato gli aspetti formativi più tradizionali, ignorando la necessità di insegnamenti in aree nuove, quali sono appunto le Cure Primarie al cui interno si colloca la medicina generale territoriale.

Un recente articolo della WHO[3] rileva gli errori della attuale Formazione del medico (formazione nel setting ospedaliero, approccio bio-medico, mancanza di competenze al lavoro in team, approccio ai problemi e non alla continuità assistenziale, debole o nulla leadership dei professionisti), indica il ruolo delle Istituzioni che governano la Formazione e fornisce indicazioni alle Facoltà per la “Trasformazione della Formazione”:

  • sviluppare ai diversi livelli programmi formativi adeguati ai nuovi bisogni della popolazione
  • arruolare come docenti professionisti competenti sia nella cura che nella assistenza
  • consentire lo sviluppo di metodologie e tecnologie didattiche innovative
  • sviluppare programmi di formazione interprofessionale
  • sviluppare programmi di formazione che producano profili professionali utili al servizio sanitario

I concetti da diffondere

Il primo concetto è che l’Università italiana possiede già gli strumenti normativi per sviluppare le Cure Primarie. Infatti le vigenti Normative del CdL in Medicina e Chirurgia[4] e delle Scuole di Specializzazione[5], indicano la “Medicina di Comunità” per realizzare la Formazione nell’area delle Cure Primarie. Ritengo utile riportare stralci di due articoli pubblicati da noi cultori della Medicina di Comunità, intesa nei termini di Community and Family Medicine[6], ampiamente diffusa in altri Paesi e coerente con i contenuti della PHC della WHO.

  1. Facchin P, UNIPD[7].
    “Gli ordinamenti didattici dei CdL di Medicina e Chirurgia forniscono da tempo indicazioni precise per sviluppare competenze nell’area delle Cure Primarie. La Tabella XVIII (1998) e l’attuale DM270 (2007), indicano uno specifico ambito disciplinare, la Medicina di Comunità, comprendente più SSD (MED/09, MED/17, MED/34, MED/38, MED/42) proprio perché molteplici sono le competenze necessarie per una formazione a sistemi complessi di cura. La Medicina di Comunità presenta un proprio specifico culturale e specifici strumenti professionali, riguardanti sia la promozione della salute e la prevenzione, sia fare diagnosi e curare, sia organizzare il contesto di cura in cui agire.”
  1. Becchi MA, UNIMORE[8]
    “Il recente Decreto delle Specializzazioni mediche (DIM 68, 2015), nell’indicare la “Specializzazione di Medicina di Comunità e di Cure Primarie”, riconosce il ruolo della Università nella Formazione specialistica di un medico dedicato al sistema delle Cure Primarie. La Specializzazione si ispira ai documenti del WHO per gli aspetti culturali e le modalità cliniche e organizzative. Il Decreto indica nel dettaglio le attività professionalizzanti da apprendere in una rete formativa integrata Università-SSR: Reparti ospedalieri e Pronto Soccorso, Studi dei Medici e dei Pediatri di famiglia, domicilio degli assistiti, Strutture territoriali (Residenze socio-sanitarie, Ospedali di comunità, Hospice…), Distretti/Dipartimenti di Cure Primarie. Questa offerta formativa produce un profilo professionale di medico con competenze cliniche di medicina generale, affiancate da competenze gestionali (coordinamento, governo clinico di percorsi di cura,dirigenza e direzione di UO semplici e complesse di Distretto).Tale profilo è sicuramente innovativo e risulta funzionale alla presa in carico globale dei pazienti complessi nei servizi in rete, ovvero nei servizi territoriali integrati al bisogno con l’ospedale”.

Il secondo concetto riguarda i contenuti didattici della Medicina di Comunità. La Disciplina fornisce competenze basate sugli aspetti culturali, sui metodi e gli strumenti della PHC della WHO. Tenendo conto del concetto pedagogico di Formazione, attraverso la Medicina di Comunità vengono fornite:

  1. Conoscenze: cultura dei principi (equità, accessibilità, coordinamento, partecipazione, sostenibilità dei costi), della organizzazione dei servizi (servizi globali di promozione della salute, prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione, assistenza alla persona), dei professionisti coinvolti (mmg, medici specialisti, professioni sanitarie e socio-assistenziali), delle modalità di lavoro (team multiprofessionale per l’approccio ai bisogni multidimensionali di individui, famiglie e comunità)
  2. Abilità: uso di strumenti scientifici dell’approccio bio-psico-sociale: ICF-WHO[9] per rilevare i bisogni multidimensionali di salute; Scheda PAI[10] per stendere Piani Assistenziali Individuali; Educazione Terapeutica[11] per attivare la partecipazione di paziente e famiglia; Pianificazione di percorsi di cura [12] per erogare interventi globali, coordinati e continui
  3. Atteggiamenti: attitudini a curare e prendersi cura della salute globale delle persone e delle loro famiglie, attraverso il lavoro in team[13] e il coinvolgimento attivo di paziente e caregiver[14].

Il terzo concetto riguarda la potenzialità della Specializzazione di Medicina di Comunità e delle Cure Primarie per realizzare anche in Italia quella realtà professionale comune a tutti i paesi europei, rappresentata dalla Specializzazione di Medicina Generale. Allora, se la Medicina di Comunità accademica viene intesa nel significato di Community and Family Medicine e fornisce competenze per un approccio globale ed integrato a paziente e famiglia, perché non pensare alla evoluzione della Specializzazione di Medicina di Comunità e Cure Primarie in Specializzazione di Medicina Generale e Cure Primarie? Questa Specializzazione esiste già in Spagna, dove i mmg hanno tutti il titolo di “Especialista in medicina familiar y comunitaria”, conseguito a seguito di Specializzazione universitaria di 4 anni. Si potrebbe iniziare con sperimentazioni regionali per formare nuove generazioni di mmg con specializzazione universitaria, basato su accordi fra i Ministeri della Università e della Salute, sentite le Regioni, con l’obiettivo di formare mmg con competenze cliniche per accedere alla convenzione, competenze di coordinamento e di governo clinico per garantire appropriatezza delle cure, lavorare in team ed attuare l’associazionismo medico, nonché con competenze di gestione per assumere ruoli di dirigenza nelle UO Complesse di Cure Primarie.

L’ultimo concetto riguarda la strategia per allargare ad altri Atenei la cultura delle Cure Primarie, oggi realizzata nel suo significato di PHC solo in UNIMORE e UNIPD. Un ruolo importante può essere attuato dai giovani medici, i più diretti interessati ad avere una Formazione che:

  • metta al centro la persona, considerata nel contesto della sua famiglia
  • metta il medico in rapporto con altre professioni sanitarie e socio-assistenziali
  • consenta di affrontare i bisogni di salute fisica, mentale, sociale
  • consenta ai cittadini di rimanere sani e li aiuti a cambiare abitudini scorrette di vita
  • curi e si prenda cura anche attraverso la partecipazione attiva di individui, famiglie e comunità.

Questa Formazione, orientata a sostituire il tradizionale modello bio-medico con il modello bio-psico-sociale, deve essere sviluppata soprattutto nel pre-laurea , diventare il denominatore comune per tutte le Specializzazioni e costituire lo specifico professionale della Formazione specialistica di medici dedicati al sistema delle Cure Primarie.

I giovani medici devono allora farsi interpreti dei nuovi bisogni formativi presso le Facoltà di Medicina e Chirurgia, sensibilizzando Presidi, Presidenti dei Corsi di laurea, Docenti dei vari SSD. Devono inoltre divenire attori diretti del cambiamento basato su:

  • partecipazione diretta alla organizzazione della didattica frontale, interattiva, dei tirocini professionalizzanti
  • apprendimento basato su “sapere, sapere fare e sapere essere” e acquisito attraverso didattica frontale (lezioni, presentazione di casi clinici complessi, di situazioni legate a stili di vita scorretti, a famiglie multiproblematiche, ecc..) e tirocini
  • didattica che preveda anche l’intervento di docenti non medici per un approccio interdisciplinare ai problemi complessi di salute.

Solo in questo modo gli studenti potranno cogliere gli aspetti complessivi del curare e prendersi cura dei cittadini nei servizi territoriali.

E sicuramente avranno il supporto attivo dei cultori della Medicina di Comunità di UNIPD e UNIMORE.

Maria Angela Becchi, Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze; Università degli studi di Modena e Reggio Emilia

Bibliografia

  1. WHO (1978). Declaration of Alma-Ata. International Conference on Primary Health Care [PDF: 25 Kb]. Alma-Ata, USSR, 6-12 September 1978
  2. Engel GL (1977). The need for a new medical model. A challenge for biomedicine. Science 196:129-136
  3. WHO (2013). Transforming and scaling up health professional education and training [PDF: 1,6 Mb]. WHO Guidelines
  4. MURST (2007). Attuazione del DD.MM. Classi di Laurea e di Laurea Magistrale Modifiche al regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509. XIV Legislatura. Decreto 22 ottobre 2004, n.270. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 12 novembre 2004 n.266
  5. MIUR (2015). Riordino scuole di specializzazione di area sanitaria. Decreto Interministeriale 4 febbraio 2015 n. 68.
  6. Vuori H. Health for all. Primary health care and general practitioners. Journal of the Royal College of General Practitioner, 1986;36:398-402
  7. Facchin. La formazione in Cure Primarie e la Medicina di Comunità [PDF: 3,7 Mb]. Med. Chir. 2008: 42 (1767).
  8. Becchi (2015). La Scuola di Specializzazione di Medicina di Comunità e delle Cure Primarie [PDF: 5,2 Mb]
  9. WHO (2001). International Classification of functioning, disability and health.
  10. Carulli L. Becchi MA, Carozza L, Martucci G, Pignatti F. The Individual Care Plan (ICP): proposal of a model to improve the communication between hospital and primary health care services. G Gerontol 2014;62:1-9
  11. WHO (1998). Therapeutic Patient Education Continuing Education Programmes
    for Health Care Providers in the Field of Prevention of Chronic Diseases. [PDF: 254 Kb]
  12. WHO (2008). Caring for people with chronic conditions. A health system perspective [PDF: 1,9 Mb]
  13. WHO (1988). Learning together to work together for health[PDF: 3,1 Mb]
  14. O’Connor A M, Stacey D. Should patient decision aids (PtDAs) be introduced in the health care system? [PDF: 437 Kb]. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe, 2005
 http://www.saluteinternazionale.info/2015/07/formazione-cure-primarie-e-medicina-generale/
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Come si diventa medici di famiglia

Gavino Maciocco

In Italia Medicina generale e Università non si sono mai parlati. L’Università ha così rinunciato alla conoscenza di una parte fondamentale della salute della popolazione e del sistema sanitario, la Medicina generale da parte sua ha rinunciato a confrontarsi con il livello accademico della ricerca e della didattica, preferendo rinchiudersi in un comodo, ma sterile, recinto autoreferenziale. È evidente che le responsabilità sono ben bilanciate, ma è del tutto inutile recriminare sul passato. Quel che è certo è che questo sistema non funziona e sta provocando enormi danni al servizio sanitario nazionale.


La nascita della Medicina di famiglia come disciplina accademica (Family medicine) avviene negli USA alla fine degli anni 60 del secolo scorso sotto la spinta di un gruppo di medici visionari convinti della necessità di contrapporre un modello bio-psico-sociale al paradigma dominante della medicina ultra-specialistica (vedi post Il futuro delle cure primarie).

Nello stesso periodo vengono istituite nel Regno Unito – prima a Edimburgo, poi a Manchester – le prime cattedre di General Practice (l’equivalente british di Family Medicine). Nel 1986 erano già stati istituiti 24 dipartimenti di General Practice, frutto della collaborazione e dell’integrazione tra Università e organizzazione dei medici di famiglia (General Practitioners, GPs), raggruppati in associazioni di 4-6 medici (Practice), con il supporto “politico” del Royal College of General Practitioner e con il supporto finanziario del National Health Service. In quell’anno viene pubblicato uno storico documento “The Mackenzie Report” che – come commenta il BMJ – “looks at the past, present, and future of academic general practice in Britain[1]” (vedi Risorse).

Un’integrazione e una collaborazione, quella tra Accademia e GPs tutt’altro che semplice e scontata, perché, come osserva il Rapporto, “Academic general practice belongs to two institutions – universities and general medical practice – which are very different in style. The universities are hierarchical organisations, whereas general practice is strongly egalitarian; universities emphasise research and theory, whereas general practice has evolved from experience and instinct”. L’Università portano in dote la capacità di organizzare l’attività didattica e di stimolare e produrre la ricerca, i GPs contribuiscono con la loro esperienza e la loro organizzazione assistenziale. Vengono selezionate le Practice “migliori” per lo svolgimento dei tirocini sia per gli studenti, che per gli specializzandi, così come vengono selezionati i GP che entreranno a far parte del Dipartimento di General practice, in qualità di docenti, inizialmente a tempo parziale potendo così continuare a mantenere un rapporto diretto con la practice di origine.

Il Rapporto indica anche quale deve essere la specificità concettuale della General practice:

“Problemi come la continuità delle cure, la individualità dei pazienti, le conseguenze delle malattie sulle famiglie, l’influenza dei fattori sociali sulla percezione della salute e della malattia, e il contributo di altre agenzie sanitarie e sociali all’assistenza del paziente fanno parte dell’insegnamento di altre materie accademiche. Tuttavia la General practice sembra essere la disciplina che meglio consente agli studenti di apprezzare il significato di questi concetti.”

Oggi dipartimenti di General practice sono presenti in tutte le facoltà di medicina, il più delle volte il termine General practice è associato a Primary Care, come nel caso dell’Università di Glasgow, dove nella home page del Department of General practice and Primary care si legge:

“Il nostro personale, sia clinico che non-clinico, è dedicato a portare avanti attività di ricerca e d’insegnamento che affrontano i problemi posti da bisogni assistenziali complessi e da diseguaglianze, particolarmente in relazione a malattie croniche e multimorbosità, a popolazioni emarginate, come i migranti e come le persone che vivono in aree particolarmente deprivate. Noi abbiamo una forte attenzione ad approcci proattivi e all’implementazione di interventi innovativi e insieme crediamo nel ruolo delle politiche per la salute nel plasmare le esperienze dei pazienti e dei professionisti. Noi portiamo avanti la ricerca interdisciplinare con altri colleghi dell’Università, con il personale del NHS, con organizzazioni e agenzie di volontariato, a livello locale, nazionale e internazionale. Il nostro scopo è quello di promuovere un’assistenza di qualità, centrata sulla persona, con un particolare focus sul ruolo delle cure primarie come veicolo per una assistenza migliore, più continua e più coordinata”.

Nel Regno Unito si diventa medici di famiglia dopo aver frequentato la specializzazione accademica in General practice, della durata di 5 anni, di cui i primi due (Foundation years) comuni a tutte le specializzazioni mediche e i tre successivi (Specialty registrar) suddivisi equamente in attività ospedaliere e in attività di medicina di famiglia e cure primarie.

Oggi “quasi” ovunque si diventa medici di famiglia attraverso una specializzazione accademica[2]. Wonca Europe (The European Society of General Practice/Family Medicine), l’organizzazione che raccoglie i medici di famiglia europei (e che fa parte dell’organizzazione mondiale), ha individuato le competenze fondamentali (core competencies) che le università devono fornire ai futuri medici di famiglia (Figura 1) – vedi Risorse:

  1. Primary care management. Saper lavorare all’interno di un team multiprofessionale. Svolgere attività di coordinamento e supervisione. Predisporre percorsi appropriati di cura per i propri pazienti. Essere in grado di monitorare e valutare la qualità e l’efficacia dell’attività assistenziale.
  2. Person-centred Care. Stabilire una relazione efficace con paziente, nel rispetto della sua autonomia. Promuovere l’empowerment del paziente. Valutare i bisogni del paziente e garantire la continuità dell’assistenza e il coordinamento dei vari interventi.
  3. Specific problem solving skills. Coinvolgere il paziente nelle decisioni. Intervenire tempestivamente, e con urgenza quando necessario. Gestire le situazioni in maniera proattiva. Fare un uso efficace e efficiente delle procedure diagnostiche e terapeutiche.
  4. Comprehensive approach. Gestire simultaneamente molteplici disturbi e patologie, sia acute che croniche. Promuovere la salute e il benessere utilizzando efficaci strategie di prevenzione. Coordinare promozione della salute, prevenzione, cura, assistenza, riabilitazione e palliazione.
  5. Community orientation. Conciliare i bisogni di salute degli individui e i bisogni della comunità in cui essi vivono per rendere equilibrato l’utilizzo delle risorse.
  6. Holistic approach. Utilizzare un approccio bio-psico-sociale tenendo conto delle dimensioni culturali e esistenziali del paziente.

A ciò vanno aggiunte tre caratteristiche che devono essere considerate essenziali nell’applicazione delle competenze fondamentali:

  1. Contextual aspects. La comprensione del contesto socio-economico e culturale in cui lavora il medico e in cui si trovano i suoi pazienti. La comprensione del sistema sanitario in cui opera il medico, le opportunità e i vincoli.
  2. Attitudinal aspects. Essere consapevole delle proprie capacità e dei propri valori, identificando gli aspetti etici della pratica clinica. Fare chiarezza sulla propria etica personale. Essere consapevole della reciproca interazione tra lavoro e vita privata e ricercare un buon equilibrio tra loro.
  3. Scientific aspects. Avere familiarità con i principi generali, i metodi, i concetti della ricerca scientifica e dei fondamentali di statistica (incidenza, prevalenza, valore predittivo, etc). Avere un accesso continuo alla lettura della letteratura medica. Sviluppare e mantenere un apprendimento continuo e un miglioramento della qualità della professione.

Figura 1.

Medicina Generale

E in Italia?

In Italia riguardo alla formazione dei medici di famiglia siamo all’età della pietra. E’ come se il dibattito, le sperimentazioni avvenute, i risultati ottenuti negli ultimi 30-40 anni nel mondo – dagli USA al Regno Unito, dalla Norvegia alla Spagna, dall’Australia, al Canada, al Brasile – non avessero lasciato traccia nella realtà italiana. Come fossero avvenuti in un mondo estraneo e lontanissimo. Certamente l’Italia si è adeguata alla direttiva europea del 1986 che obbliga i paesi a istituire un tirocinio vocazionale per i futuri medici di medicina generale, e nel 1999 è stato pubblicato il curriculum della formazione specifica in medicina generale, basato prevalentemente su attività cliniche specialistiche, con un tirocinio di 6 mesi presso un ambulatorio di medicina generale e 4 mesi presso una struttura distrettuale[3]. Il tirocinio vocazionale c’è ma non è una specializzazione accademica, essendo gestito in proprio dai medici di medicina generale e non c’è neppure una formazione pre-laurea di medicina generale.

Medicina generale e Università non si sono mai parlati. L’Università ha così rinunciato alla conoscenza di una parte fondamentale della salute della popolazione e del sistema sanitario, la Medicina generale da parte sua ha rinunciato a confrontarsi con il livello accademico della ricerca e della didattica, preferendo rinchiudersi in un comodo, ma sterile, recinto autoreferenziale. E’ evidente che le responsabilità sono ben bilanciate, ma è del tutto inutile recriminare sul passato. Quel che è certo è che questo sistema non funziona e sta provocando enormi danni al servizio sanitario italiano che – soprattutto a causa dell’impasse nei processi di formazione dei professionisti – non riesce a costruire un sistema di cure primarie e di medicina generale su scala nazionale all’altezza dei bisogni dei cittadini.

Come uscire dall’impasse lo ha suggerito Maria Angela Becchi (vedi post L’Università nella formazione delle Cure Primarie e della Medicina Generale) di cui condivido la conclusione: “Si potrebbe iniziare con sperimentazioni regionali per formare nuove generazioni di mmg con specializzazione universitaria, basato su accordi fra i Ministeri della Università e della Salute, sentite le Regioni, con l’obiettivo di formare mmg con competenze cliniche per accedere alla convenzione, competenze di coordinamento e di governo clinico per garantire appropriatezza delle cure, lavorare in team ed attuare l’associazionismo medico, nonché con competenze di gestione per assumere ruoli di dirigenza nelle UO Complesse di Cure Primarie”.

Aggiungo che tale processo dovrebbe vedere il pieno coinvolgimento della Medicina generale, dei colleghi che sono impegnati a vario titolo nelle attività di formazione, che dovrebbero rappresentare i partner fondamentali nelle attività didattiche accademiche e di tutoraggio nei tirocini sul campo. È la stessa sfida a cui si aprì con successo la General practice britannica negli anni ottanta. Oggi sono innumerevoli i GPs che sono diventati lecturer, senior lecturer, professori e direttori di Dipartimento. Perché no, anche in Italia?

Risorse

  1. Howie GR, Hannay DR, Stevenson SK. The Mackenzie report: General practice in the medical schools of the United Kingdom-1986 [PDF: 3 Mb]. BMJ 1986; 292:1567-71
  2. European Academy of Teachers in General Practice (Network within WONCA Europe). The european definition of General Practice/Family Medicine short version. EURACT, 2005 [PDF: 120 Kb]

Bibliografia

  1. Howie GR, Hannay DR, Stevenson SK. The Mackenzie report: General practice in the medical schools of the United Kingdom-1986. BMJ 1986; 292:1567-71
  2. Maciocco G, Passerini GL, Stefanini A. La medicina generale in Europa, in Geddes M. Rapporto sulla salute in Europa. EDIESSE, 1995. Pp. 137-174
  3. Decreto Legislativo 17 agosto 1999, n. 368.

http://www.saluteinternazionale.info/2015/07/come-si-diventa-medici-di-famiglia

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“Medicina Senza Confini” Progetto “Generation Next” Giovani Medici Italiani in Russia

Care Colleghe e cari Colleghi,

l’Associazione Italiana Giovani Medici (S.I.G.M.) in accordo e collaborazione con il Centro Russo di Scienza e Cultura a Roma lancia il programma “Medicina Senza Confini” al fine di creare un ponte di collaborazione e di favorire lo scambio di conoscenze e competenze tra i giovani medici italiani e i giovani medici russi under 40.

In particolare, il progetto nel 2015 mira a massimizzare le opportunità offerte dal programma “Next Generation” iniziativa che prevede l’organizzazione di brevi soggiorni conoscitivi nella Federazione Russa per i giovani ricercatori e i giovani medici con particolare riferimento ai giovani impegnati nell’associazionismo.

Come prima iniziativa, nel mese di settembre 2015, è in programma a Mosca la prima conferenza internazionale sull’innovazione in campo medico (con particolare riferimento all’innovazione tecnologico-farmacologica e all’ambito pediatrico). La conferenza sarà realizzata in collaborazione con il Ministero della Salute della Federazione Russa e con la Prima Università Statale moscovita di Medicina “Ivan Michajlovič Sečenov”. Il convegno si terrà in lingue inglese, spagnola e russa.

Inoltre, poiché il 2015 è l’anno dedicato alle malattie cardiovascolari e alla chirurgia vascolare nella Federazione Russa, dal 21 al 25 novembre 2015 si terrà a Mosca il XXI Convegno Nazionale di Cardiologia e Chirurgia Vascolare, un appuntamento di grande rilievo scientifico patrocinato dal Centro di chirurgia vascolare “Bakulev” di Mosca, che vedrà il coinvolgimento di molti giovani specialisti e proporrà nuovi spunti di collaborazione e scambio di informazioni a livello internazionale. Il convegno si terrà in lingue inglese e russa.

Il progetto è aperto ai giovani medici under 40, specialisti e/o con particolare esperienza nelle aree sopra menzionate.

Gli interessati sono chiamati a sottoporre entro il 14 agosto p.v. il proprio CV e una breve lettera di motivazione (Cosa ti spinge a partecipare al progetto? Quali sono le tue aspettative?) all’attenzione sia del Centro Russo di Scienza e Cultura ( ufficiostampa@centroculturalerusso.it) sia dell’Associazione Italiana Giovani Medici ( vicepresidente@giovanemedico.it).

I candidati che verranno selezionati riceveranno una comunicazione entro il 25 agosto p.v.

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OMCeO Giovani: richiesta presa di posizione della FNOMCeO a tutela del futuro della formazione medica

All’attenzione della Dott.ssa Roberta Chervesani

Presidente FNOMCeO

SEDE

P.c.

Ai Presidenti degli OMCeO Provinciali

Oggetto: Richiesta di presa di posizione della Presidenza FNOMCeO a tutela dei giovani medici in attesa d’iscrizione al secondo concorso nazionale di accesso alle Scuole di Specializzazione – a.a. 2014/2015

Il Coordinamento Nazionale dei Giovani Medici eletti negli OMCeO Provinciali (www.omceogiovani.it) con la presente intende portare all’attenzione dei vertici dell’organo di rappresentanza della Professione Medica le condizioni di incertezza e continua confusione a cui le Istituzioni che sovraintendono la formazione medica post-lauream costringono i Colleghi in attesa di completare la loro formazione professionale con il titolo di specialista e/o diplomato in Medicina Generale, ad oggi indispensabili per accedere alla maggior parte degli incarichi.

Nello specifico, per quanto riguarda il concorso di accesso alle Scuole di Specializzazione, negli ultimi mesi si sono susseguiti contatti e consulti tra il MIUR, le Associazioni di categoria e le delegazioni spontanee di Giovani Medici, nelle quali il Ministero ha indicato date e fornito rassicurazioni sull’iter di messa in opera del prossimo Concorso Nazionale. Poche delle scadenze promesse e/o comunicate a mezzo di comunicati stampa dal predetto Ministero sono state rispettate.

Il 6 maggio, anche a seguito della manifestazione del 21 aprile organizzata dal Comitato Aspiranti Specializzandi e da altre iniziative di sensibilizzazione ad opera dei giovani colleghi, con un comunicato il MIUR assicurava la pubblicazione del Bando “entro la successiva settimana” aggiungendo che il numero delle contratti sarebbe ammontato a 6.000, a cui aggiungere  quelle a finanziamento Regionale, ancora in via di definizione nonostante le precedenti richieste previsionali inviate dall’amministrazione.

Finalmente in data 21 maggio 2015 è uscito il Decreto Ministeriale n°307 il quale regolamenta la ripartizione per area dei contratti di formazione medico specialistica coperti con fondi statali nel quale si parla di “6.000 contratti di cui 1.000 subordinati all’effettiva disponibilità delle risorse conseguente all’approvazione del disegno di legge di assestamento del Bilancio dello Stato per l’Esercizio 2015”, in quanto coperte mediante riduzione di capitoli di spesa dello stato di previsione del MIUR. Dunque, dei 6.000 contratti specificati nel bando, 1.000 sembrerebbero al momento ancora privi di copertura. Riteniamo moralmente scorretta e formalmente equivoca l’opportunità di bandire un numero di posti a finanziamento ancora incerto per cui concorrere.

L’emanazione del bando, seppur tardiva rispetto all’iniziale scadenza del 28 febbraio, è infine giunta il 27 maggio ed è positivo il fatto che il Ministro Giannini si sia impegnata per voler rimanere nei tempi di un concorso che sarà quindi effettivamente espletato entro Luglio 2015.

Non si può tuttavia tollerare il disagio creato da un ritardo di emanazione di tre mesi e dalle difficoltà nel reperire i fondi per i contratti: crediamo dunque che il concorso richieda prioritariamente la messa in atto di una seria programmazione, raggiungibile attraverso una contrattazione vincolante e pluriennale tra Regioni e Ministeri competenti.

Non secondariamente siamo preoccupati della mancanza d’informazioni circa le modalità organizzative che saranno messe in atto per gestire questo secondo concorso nazionale, in particolare dopo le discutibili scelte da attribuire al MIUR in merito alla caotica e dispersiva gestione dello scorso anno a fronte delle proposte e richieste avanzate dalle principali Associazioni di rappresentanza dei giovani medici, unite nel chiedere maggiori controlli e trasparenza.

Infine, è di cruciale importanza che il Ministero guidi attraverso direttive stringenti l’operato organizzativo delle singole università: garantire impeccabili livelli di standardizzazione e vigilanza è conditio sine qua non per rispettare i principi del concorso nazionale e tutelare il futuro di migliaia di giovani medici.

Dobbiamo inoltre spendere una nota di rammarico nei confronti dell’atteggiamento di alcune Regioni: nonostante la formazione di specialisti e medici di medicina generale sia rivolta essenzialmente a soddisfare il fabbisogno richiesto dalle Regioni stesse (annualmente corrispondente a circa 8.000 unità) il numero complessivo di contratti aggiuntivi regionali per questo concorso è stato di appena 354 unità. Di questi, molti saranno vincolati a criteri, quali la residenza o la sede di studi, che creeranno diseguaglianza e conflittualità tra i candidati in palese conflitto con lo spirito di un concorso di accesso gestito su base nazionale.

Vieppiù che questo contingente, ben al di sotto rispetto agli stanziamenti dei precedenti anni, si pone peraltro nettamente in contrasto con la politica adottata quest’anno dal Ministero per aumentare i contratti ministeriali fino alle 5.000 + 1.000 unità. Proprio in un momento come questo sarebbe stato auspicabile uno sforzo univoco e coordinato, a livello ministeriale e regionale, che avrebbe potuto portare a ottenere numeri mai raggiunti. Al contrario, Regioni che in passato avevano sempre destinato un capitolo di spesa allo stanziamento di contratti per la formazione medica specialistica non hanno stanziato alcun contratto.

A tal proposito non possiamo esimerci dall’esprimere preoccupazione nel constatare che ancora non sia stata fatta sufficiente chiarezza sul futuro del Ddl delega ex art. 22 del Patto per la Salute di cui differenti versioni sono circolate a mezzo stampa negli ultimi mesi creando confusione sul futuro della formazione post laurea di area sanitaria. Difatti, se la creazione di reti formative su base regionale o macro regionale che mettano assieme il meglio di Università e SSN (nella duplice declinazione ospedaliera e territoriale) sia una soluzione auspicabile cui tendere, al contrario l’idea di creare un doppio binario formativo con l’istituzione di scuole regionali, che opererebbero attraverso l’assunzione di neo abilitati con contratto da comparto da parte dei singoli Servizi Sanitari Regionali, non sembra una soluzione idonea a garantire la qualità della formazione né tantomeno un futuro lavorativo consono per i futuri specialisti che diventerebbero ridondanti all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

Con la presente CHIEDIAMO che la FNOMCeO, attraverso ogni mezzo e strumento utile in tal senso, possa farsi carico delle nostre osservazioni, nella speranza di poter rispondere alle pressanti richieste che arrivano dai medici aspiranti specializzandi.

Il Coordinamento Nazionale Giovani Medici eletti negli OMCeO Provinciali

(www.omceogiovani.it)

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